To bourgeoise or not to bourgeoise?
Oggi ho vissuto un’esperienza surreale. Niente da raccontare ai nipotini in realtà, ma abbastanza divertente perchè me la ricordi per un bel pezzo. Dunque, mi ero diretta verso la piscina con tutta la buona volontà di cui sono capace. La mia piscina è una piscina statale, il che non è un dettaglio piccolo: pago tre euro l’ingresso ma nuoto nel brodo a degli orari che cambiano con ogni luna. Dopo aver cercato parcheggio per
mezz’ora nel traffico di fine lavoro, mi sono ritrovata davanti ad una barricata che si opponeva all’ingresso in piscina: per fortuna è passato un passante ad avvertirmi che è tutto chiuso fino all’8 o al 15 di Ottobre, chi lo sa. Io dovrei nuotare tutti i giorni. Così mi sono messa a cercare sulle pagine gialle e ho trovato un posto abbastanza vicino alla Lido: tal “I ronchi verdi”, che avevo sentito nominare spessissimo ma di cui non sapevo molto.
Dopo mezz’oretta di imbottigliamento, eccomi a destinazione. Lungo un sentiero verde, nella bruma del tramonto in riva al Po, con la nebbia che saliva ed eleganti case che mi accompagnavano, incontro la versione lonsdale dell’altare della patria. Non perderò tempo a descriverlo: era identico, solo più piccolo. Mentre salgo le scale, con il Sole che scende, mi rendo conto di avere sbagliato completamente strada: quello non è una palestra/piscina, è un residence. Sbircio oltre ai vetri un ristorante elegante e una reception stile albergo a 5 stelle-tu non puoi entrare. C’è anche una boutique di Borbonese. Entro lo stesso; dopotutto ho un portafoglio di Fendi, in borsa. Era di mia zia, ma chi se ne accorge? Due ragazze della mia età ma che mi approcciano con un VOI sorridono a 44 denti detrartati e mi chiedono cosa voglio. E’ possibile pagare un singolo ingresso? Sa, la mia piscina è chiusa…la Lido, dove il custode è messo lì come lavoro socialmente utile e i fanghi te li fai mentre nuoti, non dopo, così è un bel risparmio…no, putroppo non si può: ma l’abbonamento costa solo 79 euro al mese piu la tessera associativa: sapete, questo è un CLAAAAAB. (ah, chiaramente: 79 euro perchè usufruireri dello sconto gioventù) Una signora bionda con due figli biondi entra, io esco. Di sfuggita sento che per la modica cifra di 200 euro al mese (a testa) vuole iscrivere i pargoli al tennis. I pargoli piangono, ma la mamma è intransigente: o tennis o muerte. Discendo i gradini, rendendomi conto che tra una bandiera ronchiverdi e una del suolo patrio se Guzzanti (Corrado) vedesse questa struttura come minimo girerebbe due sequel di Fascisti su Marte. Il che potrebbe in effetti giustificare l’esistenza della suddetta struttura. E a metà delle scale, proprio accanto ad un’installazione di erba, vedo quello che mi ha fatto capire che, pur avendo due commericalisti come vicini di casa, io con certa gente non voglio avere niente a che fare: un ragazzo biondo, belloccio, si sta raccontando una barzelletta da solo. E’ lì,appoggiato sul muretto, nel suo completo Fila, che racconta di come reagisce il prete dopo che si sveglia e…scoppia a ridere per mezz’ora, guardando l’aria davanti a sè. Non sta guardando il tramonto sul fiume, gli volta le spalle.
Ora, lo sappiamo tutti benissimo che aveva un bluetooth infilato nell’orecchio.
Ma era così piccolo che non si vedeva niente, questo ve lo assicuro, l’ho osservato bene.
Stava raccontando una barzelletta all’aria di ronchiverdi.
Sono le 00.38 e io non riesco a dormire dal dolore. Dovrei nuotare tutti i giorni e sono andata una volta in 20. Il mio osteopata mi ucciderà. Se avessi uno psicologo, pure.
Un venerdì sera
Siamo sedute nel dehor, Giada ed io, il rosso davanti a noi. Io sorseggio un barbera; lei, con mio sommo disgusto, una malvasia. E’ l’una suppergiù, tra un po’ andremo a casa perché questo è un periodo dell’anno in cui c’è troppa gente per fare anche noi le ochette da strada e continuare nottata. Torniamo a casa e dormiamo, il mattino ci alziamo per studiare. La notte, in questo periodo dell’anno, è per i liceali, e per i trentenni a cui è scaduto il contratto di lavoro arrapati dai liceali. Ultima sigaretta, ultimo bicchiere, e a casa. Lampeggia, ma non piove. Il fiume è straordinariamente bello questa sera, con il cielo blu cobalto anche se è tardi e le luci che illuminano i ponti. Ho un caro amico neozelandese che quando viene qui accompagno per bar lungo i Murazzi nel vano tentativo di dimostrargli che la birra italiana non fa tutta schifo. Finisce sempre che ci prendiamo un assenzio in piazza Vittorio. Io bevo, lui mi parla dei ristoranti italiani.
E’ fine Giugno ma se Dio vuole lungo il fiume fa quasi freddo, e il freddo sta diventando un bene prezioso.
Giada prende un sorso di vino, poi mi guarda.
-Oh ma con Fabio?-
La guardo e scoppio a ridere. I neon che illuminano la Chiesa della Gran Madre mi ricordano che viviamo nel 2007, almeno credo.
-Mi ha detto che il fatto che io non sia cattolica stava diventando un problema-.
Giada sputa il vino che stava cercando di bere, non riesco a capire se ride o se annaspa per non morire soffocata.
-Quindi, niente più Fabio- aggiungo con le labbra appoggiate al bicchiere.
I neon in effetti stanno illuminando una chiesa.
Un branco di ragazzi con felpe Frav ci sorpassa, barcollando sul marciapiede. Sono tutti ubriachi marci. Sembrano contenti.
Giada inizia a prendere lunghi respiri, senza smettere di ridere. Stava ridendo e morendo soffocata insieme, evidentemente.
-E’ meglio che vada, giovedì ho il primo scritto- riesce finalmente a biascicare proprio mentre io mi accendo la sigaretta. -Dai, fumo l’ultima e poi andiamo-. Anche io avrei un esame giovedì però boh, chissà. Cosa te ne fai di una laurea in lettere, perché perdere tempo?
Si avvicina e mi sussurra: -Ma dietro di noi (non ti girare!) non c’è un amico di Tati?-
-Chi?-
-Quel ragazzo biondo coi rasta. Te lo ricordo?-
Volto la testa (solo la testa) lentamente, ignorando le sue proteste.
-Sì, credo che sia lui. Vuoi andare a salutarlo?-
-Non lo so. Lo conosciamo abbastanza da salutarlo?-
Sorrido, guardando verso la piazza.
-You know what?-mi dice sempre il mio amico neozelandese indicandomi, da sotto i Murazzi, il ponte che congiunge Piazza Vittorio a Piazza Gran Madre, in linea d’aria davanti ai Cappuccini, la sera, mentre beviamo-It is true that we never had big corruption and we got many civil rights aknowledged and a very low rate of unemployment. But we don’t have….this-.
Il generale Dalla Chiesa
Lo ammetto, l’ho persino registrato. Devo ancora decidere se cancellarlo o meno, a dire il vero. E’ un prodotto terribilmente mediocre, ma di una mediocrità altissima; per essere una fiction, un lavoro stupefacente. E quando Giancarlo Giannini entra in scena è come quando il Generale entrava in caserma: tutti in piedi e giù il cappello. E aggiungere una tonnellata di sensualità al volto dell’eroe non fa mai male. Le vicende personali sono trattate quasi bene, e almeno in una scena i dialoghi sono brillanti: praticamente da gridare al miracolo (se ci si dimentica degli zoom) (e degli altri movimenti di camera).
Per il resto, un capolavoro di dico e non dico che nemmeno Mentana: riescono a parlare per due ore della P2 nominandola una sola volta, come se fosse stato uno scandaletto da niente, e non viene mai MAI fatto il nome di un politico uno. Il governo brutto cattivo e invidioso del generale Dalla Chiesa (come se fosse questo il motivo per cui a Palermo era stato completamente privato di uomini e mezzi) resta sempre un’entità astratta, senza volto, che è tutti e non è nessuno. L’idea che i borghesi piccoli piccoli hanno della politica, insomma.
Ma questo era assolutamente ovvio. E’ una fiction mediaset, non certo un film di Lizzani (piccola nota ingenua: ma come si fa a parlare di Dalla Chiesa senza fare denuncia? Chapeau agli sceneggiatori, una roba che nemmeno Mentana). Quello che è meno ovvio, e che avrebbe reso la fiction molto meno noiosa, è il seguente: per 5 o 6 scene il Generale e la nuova giovane moglie litigano furiosamente perchè lui non vuole che lei vada a Palermo, perchè è troppo pericolosa. E prima la molla. E poi la sposa ma le dice di restare. E poi scappa. E poi lei arriva di nascosto. E poi lui la rispedisce su. E poi lei torna. E poi lui non vuole che arrivi di nuovo.
E che palle.
Peccato che Dalla Chiesa avesse chiesto di seguirlo a Palermo, prima che a Emanuela Setti Carraro, a sua figlia Rita e alla nipotina Giulia. Non perchè volesse essere accudito dalla famiglia tra un attentato e laltro, ma perchè pensava di essere abbastanza protetto. Perchè sapeva benissimo che avrebbe potuto sconfiggere la mafia come aveva fatto con le brigate rosse. Perchè sapeva che la mafia si può sconfiggere, e credeva di avere in questo l’appoggio dello Stato. Ecco dove ha sbagliato. Ma non sbagliava quando sapeva che la mafia non è il babau, un’entità universale, ingenerata e incorruttibile: questo è quello che ci vogliono far credere, il padrone di Mediaset per primo.
Il Presidente del Consiglio quando Pio Latorre fu ucciso era Spadolini.

Una balena nel Tamigi
La balena nel Tamigi sorpassa una barca nel fumo della mattina e osserva gli ultimi avventori dei pub. E’ quasi l’alba, sono ubriachi e barcollano. Pochi ridono, pochissimi sorridono, ed è un sorriso malinconico. Un ragazzo passa sulla Senna in bicicletta. Porta dei pacchi per le consegne. E’ un facchino e ha la pelle scura. Potrebbe essere di origine indiana, e potrebbe essere che qualcuno durante la giornata lo offenda chiamandolo paki. Il ragazzo trascina dietro i pacchi da consegnare a gente che non lo guarderà nemmeno in faccia, ma non gli dà fastidio. Lui è un osservatore. La balena gli passa a fianco e gli sorride. Lui ricambia il sorriso e la osserva passare, quell’enorme cetaceo che fa sembrare il fiume una vaschetta per pesciolini rossi.
La sveglia costringe una ragazza ad alzarsi dal letto. Lei la spegne mugugnando e stropicciandosi gli occhi, e raggiunge la cucina, dove il timer ha già scaldato il suo cappuccino. Se ne versa una copiosa tazza e inizia a sorseggiarla muovendosi verso il balcone. Apre la porta-finestra ed esce per godersi il delizioso panorama. Il Thames sembra salutarla. Buongiorno principessa, tu sei degna di essere mia vicina di casa, si immagina che dica. Anche la Tate Gallery, dove lavora come giovane curatrice di mostre, la saluta da lontano. Tra poco meno di un’ora verrà assorbita al suo interno fino a sera. Anche la balena la guarda, e spruzza via un po’ d’acqua.
Il pittore usa le dita per sfumare l’alba. Lavora su un vecchio cavalletto traballante da ore. E’ arrivato in piena notte, camminando dall’east end dove vive. Non riusciva a dormire, non voleva bere. Così è uscito per una lunga sessione di lavoro. Ha scansato orde di ubriachi molesti ed è riuscito a trovare un posto tranquillo nel prato. I suoi guanti bucati sulle dita lo hanno protetto dal freddo, e i colori lo hanno assorbito a tal punto che non pensa ad altro da ore. Una sottile striscia di rosso stesa con il mignolo sottolinea il Sole che spunta. Il cielo era nero quando ha iniziato, ma ha sommato le varie sfumature man mano che tutto cambiava colore. Le stelle sono già state cancellate, tra poco toccherà anche al timido spicchio di Luna che ancora resiste. L’acqua cambia colore insieme al cielo, ma resta sempre scura, così scura…e la balena si agita, continuando a nuotare in direzione ostinata e contraria.
Il lucido speciale per l’argenteria non basta mai per il vecchio soldato. La sua medaglia, grossa come una monetina ma conquistata al prezzo di una gamba, deve essere più scintillante della luce stessa. La sfoggerà durante la giornata, mentre vende ai turisti vecchi pounds e bottoni che ha raccolto negli anni. Il suo piccione fa un salto sopra lo stand, lui gli porge un pezzetto di pane. Prepara la bancarella dei suoi ricordi. 50 anni prima, quando era giovane come i turisti che passeranno sulle rive durante la giornata, la vita era tutta sua. Ora sembra andata via, perduta per sempre, ma lui riesce ancora a conservarla e ogni tanto ne vende pezzettini agli altri. I più furbi non acquistano cartoline, francobolli o vecchie foto. I più furbi acquistano bottoni. E come lui sanno che non ci sono linee, solo strati che si adagiano l’uno sull’altro mescolando tutto. Ma solo il suo piccione lo capisce, quando parla così. Guarda la balena che nuota nel fiume, e si toglie il cappello per salutare.
Una gigantesca felpa corre lungo il fiume, corre e corre senza fermarsi mai. E’ verde acceso, e dal cappuccio fuoriescono un paio di codini. E’ l’unico indizio che fa pensare ad una ragazza. Ma potrebbe anche essere un ragazzo con i capelli lunghi. Indossa una felpa gigante e pantaloni ancora più larghi. Sneakers ai piedi, una fascia sportiva sulla fronte. Ha un occhio tumefatto. Non si sa da cosa corra via, ma è più veloce della balena. Sorride, nonostante tutto. Poi adocchia la balena, e scoppia a ridere.
La balena prosegue dritta per un tratto, fin sotto il Big Ben. Lo osserva stupita, è un pesce più grande di lei; lei che non è un pesce, ma questo non può saperlo. Vive nel mare e tanto le basta. Già, nel mare. Si inabissa e volta indietro. La città non è posto per lei.