Una balena nel Tamigi

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La balena nel Tamigi sorpassa una barca nel fumo della mattina e osserva gli ultimi avventori dei pub. E’ quasi l’alba, sono ubriachi e barcollano. Pochi ridono, pochissimi sorridono, ed è un sorriso malinconico. Un ragazzo passa sul fiume in bicicletta. Porta dei pacchi per le consegne. E’ un facchino e ha la pelle scura. Potrebbe essere di origine indiana, e potrebbe essere che qualcuno durante la giornata lo offenda chiamandolo paki. Il ragazzo trascina dietro i pacchi da consegnare a gente che non lo guarderà nemmeno in faccia, ma non gli dà fastidio. Lui è un osservatore. La balena gli passa a fianco e gli sorride. Lui ricambia il sorriso e la osserva passare, quell’enorme cetaceo che fa sembrare il fiume una vaschetta per pesciolini rossi.
La sveglia costringe una ragazza ad alzarsi dal letto. Lei la spegne mugugnando e stropicciandosi gli occhi, e raggiunge la cucina, dove il timer ha già scaldato il suo cappuccino. Se ne versa una copiosa tazza e inizia a sorseggiarla muovendosi verso il balcone. Apre la porta-finestra ed esce per godersi il delizioso panorama. Il Thames sembra salutarla. Buongiorno principessa, tu sei degna di essere mia vicina di casa, si immagina che dica. Anche la Tate Gallery, dove lavora come giovane curatrice di mostre, la saluta da lontano. Tra poco meno di un’ora verrà assorbita al suo interno fino a sera. Anche la balena la guarda, e spruzza via un po’ d’acqua.
Il pittore usa le dita per sfumare l’alba. Lavora su un vecchio cavalletto traballante da ore. E’ arrivato in piena notte, camminando dall’east end dove vive. Non riusciva a dormire, non voleva bere. Così è uscito per una lunga sessione di lavoro. Ha scansato orde di ubriachi molesti ed è riuscito a trovare un posto tranquillo nel prato. I suoi guanti bucati sulle dita lo hanno protetto dal freddo, e i colori lo hanno assorbito a tal punto che non pensa ad altro da ore. Una sottile striscia di rosso stesa con il mignolo sottolinea il Sole che spunta. Il cielo era nero quando ha iniziato, ma ha sommato le varie sfumature man mano che tutto cambiava colore. Le stelle sono già state cancellate, tra poco toccherà anche al timido spicchio di Luna che ancora resiste. L’acqua cambia colore insieme al cielo, ma resta sempre scura, così scura…e la balena si agita, continuando a nuotare in direzione ostinata e contraria.
Il lucido speciale per l’argenteria non basta mai per il vecchio soldato. La sua medaglia, grossa come una monetina ma conquistata al prezzo di una gamba, deve essere più scintillante della luce stessa. La sfoggerà durante la giornata, mentre vende ai turisti vecchi pounds e bottoni che ha raccolto negli anni. Il suo piccione fa un salto sopra lo stand, lui gli porge un pezzetto di pane. Prepara la bancarella dei suoi ricordi. 50 anni prima, quando era giovane come i turisti che passeranno sulle rive durante la giornata, la vita era tutta sua. Ora sembra andata via, perduta per sempre, ma lui riesce ancora a conservarla e ogni tanto ne vende pezzettini agli altri. I più furbi non acquistano cartoline, francobolli o vecchie foto. I più furbi acquistano bottoni. E come lui sanno che non ci sono linee, solo strati che si adagiano l’uno sull’altro mescolando tutto. Ma solo il suo piccione lo capisce, quando parla così. Guarda la balena che nuota nel fiume, e si toglie il cappello per salutare.
Una gigantesca felpa corre lungo il fiume, corre e corre senza fermarsi mai. E’ verde acceso, e dal cappuccio fuoriescono un paio di codini. E’ l’unico indizio che fa pensare ad una ragazza. Ma potrebbe anche essere un ragazzo con i capelli lunghi. Indossa una felpa gigante e pantaloni ancora più larghi. Sneakers ai piedi, una fascia sportiva sulla fronte. Ha un occhio tumefatto. Non si sa da cosa corra via, ma è più veloce della balena. Sorride, nonostante tutto. Poi adocchia la balena, e scoppia a ridere.
La balena prosegue dritta per un tratto, fin sotto il Big Ben. Lo osserva stupita, è un pesce più grande di lei; lei che non è un pesce, ma questo non può saperlo. Vive nel mare e tanto le basta. Già, nel mare. Si inabissa e volta indietro. La città non è posto per lei.

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  1. Ho scritto questo pezzo ascoltando The kingdom of doom, magnifico concept album con cui ha esordito la migliore superband di sempre: paul Simonon+Simon Tong+Tony Allen shakerati dal maestroautorecantante Damon Albarn. Le atmosfere sono queste di Londra, l’album molto meglio (ovviamente).

  2. Mox ha detto…..

    l’iperodonte vive del suo canto, del tenue intreccio di onde sonore che gli permettono di comunicare con i suoi simili e di capire dove si trova. Nel frastuono di Londra si smarrisce, e smarrisce il sé. Solo un fracasso incomprensibile in risposta ai suoi richiami. Il mondo si fa disordine inestricabile, privo di armonia e dunque inconoscibile, e il vagabondo dell’identità vi rimane solo. Lo uccide la cacofonia, l’impossibilità di ordinare le note in uno spartito per poi tracciarvi la via di fuga. Lo uccide l’impossibilità di avere ancora un nome. Il solo che gli sia rimasto è un nome estraneo, assegnato da chi ne osserva l’agonia. Un nome come una rete da pesca, perché non si areni nell’oceano dell’indistinto. Pesce, balena, Hyperoodon Ampullatus, cetaceo. Ma quando l’avremo definito sarà già privo di vita, come tutto ciò che si può classificare. Condannati a non comprendere quello che abbiamo smarrito, sommerso dal rumore. Abbiamo perduto una musica.
    Provi a recuperarla, a ridarle voce, ma per questo devi prendere un momento fuori dal tempo. Solo nell’alba incerta si può guardare a tutto questo come a un curioso incidente di percorso, come osservare un naufragio dai belvedere delle torri. E sorriderne.

    14 agosto 2007 3.11

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