Archivio mensile:dicembre 2007

Day 5 – Rock Opera

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Dopo appena 5 ore di sonno, mentre il resto del mondo festeggiava quel penoso rito chiamato Natale, i Mussos sono partiti alla volta dell’isola del Sud. Pioveva che Dio la mandava, e Neil per tirarci su il morale sulla via del porto continuava a ripeterci che le previsioni del tempo davano Sole e Caldo per i giorni a venire. No.

Comunque, ci siamo imbarcati sul traghetto, che non è il traghetto come lo definiamo noi: per 3 ore di viaggio abbiamo avuto a disposizione una nave da crociera, con cinema sala giochi 5 ristoranti pub irlandese supermercato. Il ponte era chiuso a causa del vento troppo forte, ma le vetrate coprivano tre quarti della superficie e quindi ad impedirci di vedere il panorama era solo la nebbia. I più accorti in geografia si staranno chiedendo perché ci vogliano 3 ore per un tratto di mare che un qualunque nostro ministro dei trasporti avrebbe già (annunciato di voler avere) coperto da un ponte. Il motivo è che il porto si trova all’interno di un lungo fiordo pieno di rocce e isolotti, per cui una buona ora e mezzo passa solo per le manovre di….come si dice? Parcheggio.

dscf0166.jpgFinora, questo è stato il momento più autenticamente neozelandese che abbia vissuto. Le foto non rendono l’idea di un paesaggio veramente incredibile, veramente diverso, soprattutto per delle singole, sparute case che ogni tanto spuntavano su uno scoglio in mezzo al nulla assoluto, roba che anche un eremita si spaventerebbe. Punto di orgoglio, io e mia sorella abbiamo sfidato la pioggia e un vento che dscf0163.jpgci obbligava ad aggrapparci alle transenne per seguire l’entrata al fiordo dal ponte. Vengono davvero in mente cose fantastiche e incredibili come elfi, draghi  e Viggo Mortensen, soprattutto con il Sole che provava a farsi strada tra la pioggia, e l’aria che ti spruzzava in faccia pioggerellina che con la velocità diventava grandine. Faceva male, e non capita tutti i giorni che la pioggia faccia male. Anche i Muse sembravano troppo sottotono per essere ascoltati in quel momento, ma ci siamo accontentate.

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Scesi dall’auto, abbiamo ritirato l’auto in affitto e abbiamo iniziato a viaggiare da Picton verso i famosi ghiacciai che rendono l’isola del Sud famosa in tutto il mondo.  Guidare sulla sinistra non è difficile, se sei un coglione che guida sul lato sbagliato della strada. Ma se sei una persona civile, non riesci ad usare il cambio con la sinistra, mettere le frecce con la destra e dare la precedenza sempre sulla destra, ma con le auto che arrivano nella direzione opposta. Bisogna dire che papà è stato eroico: non solo è capitato molto raramente che ci infilassimo contromano nelle corsie, ma si è lamentato incessantemente solo per la prima ora e mezzo di marcia. E dopo due ore e mezzo (nota: nel nuovissimo mondo non esistono le autostrade, ma solo strade asfaltate ad una sola corsia, come le nostre statali. Per ore, e ore, e ore e ore di cammino) siamo arrivati a Nelson, la New York dell’isola del Sud: quasi 2000 residenti (in realtà dscf0465.jpgChristchurch è una vera grande città:ma è un caso isolato). Abbiamo scoperto una nuova cosa sui neozelandesi: il Natale è una festa privatissima. Non c’erano ristoranti, pub, bar, caffè aperti. Siamo arrivati alle 14, con già due ore di ritardo rispetto al lunch time locale, e tutto quello che abbiamo visto è stata una sfilza impressionante di locali con le serrande chiuse e il cartello “Buon Natale” all’entrata. I pranzi di Natale luculiani da consumare dove tutti possono vederti spendere 500 euro per un pasto non sono di questo mondo. Sembrava una città fantasma, il che sarebbe stato molto suggestivo non fosse che non mangiavamo nulla da più di 12 ore. Eventually, siamo riusciti a trovare un benzinaio aperto che vendeva anche caramelle, gelati, pane da toast e formaggio. Nota: non mangiare mai formaggio se sei fuori dall’Italia, dalla Francia o dalla Grecia. Gongolando lungo la spiaggia per la nostra scaltrezza nell’essere comunque riusciti a nutrirci, ci siamo imbattuti in una coppietta di turisti come noi (unici esseri umani avvistati in due ore abbondanti, tolta la benzinaia – sulla cui provenienza nutro però qualche dubbio) che stavano facendo un pic nic. Avevano panini di ogni tipo, tovaglia e posate, flute di vetro e champagne per il brindisi. Non contenti, avevano anche delle coroncine di carta in testa. Geniali.

Messo da parte qualcosa per la sera (avrebbe potuto essere il primo ed ultimo negozio in cui saremmo riusciti ad imbatterci) ci siamo rimessi in viaggio. Destinazione: il grande Far West (che, tecnicamente, è il Grande Far South). 

 

Day 4 – The windy city strugglers

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io-e-giulia-vento.jpgQuando un amico straniero racconta delle sue parti, in qualche modo si ha sempre l’impressione che stia esagerando per mettere pepe nei racconti. Quando Neil mi parlava di un vento incessante, fortissimo, che accompagna ogni movimento, chiaramente pensavo esagerasse. Come esagerasse la folk band wellingtonese che porta il nome di questo post. No fuckin’ way. Il vento di Wellington fischia nelle orecchie dal caffè della colazione, bevuto ancora bollente nel vano tentativo di scaldarmi, al bicchiere di cloudy bay della buonanotte. Lynette ci ha portato sul promontorio della città, da cui si abbraccia il porto e praticamente ogni singola casa. Se saltavo, venivo spostata di un buon mezzo metro prima di atterrare. Mia sorella, peso al netto 30 chili, è stata portata alcuni isolati più sotto, planando proprio nel punto in cui Frodo Baggins viene pugnalato dai cavalieri neri. Vento a parte, Wellington è una cittadina deliziosa, anche se per ora abbiamo dato solo un’occhiata veloce al Parlamento prima di infilarci nel Museo della Città (our place lo chiamano i neozelandesi, per dire quanto sia importante). Abbiamo pranzato in un bar dal sapore russo: non per la cucina, che era ottima e sull’italiano andante (that is, tres chic, per i gusti locali) ma per il busto di Lenin al bancone e per la scritta dorata “proletari di tutto il mondo unitevi” che campeggiava in diversi idiomi per ogni dove. Il Parlamento da fuori non è nulla di che: ma poiché la Nuova Zelanda viene definita “il laboratorio delle riforme sociali”, sono sicura che dentro accadano cose parecchio interessanti e, pensiero difficilmente comprensibile per un italiano, anche accettabili. Altrettanto ineffabile per la mente italica è il bar che sta DI FRONTE al Parlamento: all’interno vi si trovano le caricature di polistirolo di tutti i politici più importanti: la prima ministra, il capo del partito religioso ritratto come un martire dentro al Colosseo, i capi dei partiti di opposizione come Batman e Robin, etc etc…mi chiedo cosa farebbe Mastella ad un bar del genere che aprisse di fronte a Palazzo Madama. La mia immaginazione non arriva molto lontano, ma sono sicura che dopo ci sarebbe del giulianone dappertutto.
La casa ufficiale del Primo Ministro è verde, poco distante dalla strada, con una fence di legno alta un metro a circondarla. E’ come se l’idea di sicurezza del premier non avesse mai sfiorato questo popolo pacifico che ha tutto un suo modo di pronunciare le vocali. Ma potrei sbagliarmi, e forse i nani da giardino lungo il ciglio del viale sono armati fino ai denti. Comunque, a smentire la trasparenza millantata dal governo, quella del ministro era l’unica casa con le tende alle finestre presente nel quartiere. Delle altre case si poteva vedere anche l’interno del bagno.
Quanto al museo, era pieno di scheletri di animali strani e di arte maori (più quadri di un pittore scozzese messo lì a ricordare che, come dicono sempre gli antropologi, la vera civiltà non è certo quella bianca).
Se vi manca qualcosa in questa descrizione, è perché avevo promesso a tutti di pensarli tanto mentre facevo il bagno nell’Oceano e mi abbronzavo fino a diventare un’aragostina. Un’altra grande lezione di vita appresa nelle mie prime 48 ore neozelandesi è questa: se tua sorella ti dice “portati il costume da bagno che qui è piena estate”, tu infila maglia di lana, sciarpa e cappello in valigia. Non è estate, è primavera appena appena iniziata. E siccome sono pur sempre inglesi, piove in continuazione. Mio padre è già a letto con il raffreddore e mia madre è incazzata come una che pensava di fare le vacanze al mare e si ritrova con la sciarpa di lana rigirata fin sopra la testa; io mi limito a sospirare per tutti quei deliziosi topini che potrò sfoggiare solo se indossati tutti insieme uno sopra l’altro. Domattina partiamo per l’isola del Sud. 1 milione di abitanti su una superficie poco meno estesa dell’Italia. Obbiettivi: ghiacciai, foche e kiwi.
PS: oggi era la vigilia di natale, e abbiamo festeggiato bevendo cloudy bay. Dio, adoro le usanze di casa Pearce.

PPSS: nota bene: nella foto che vedete, sia io che Giulia avevamo i capelli sciolti, non legati dietro

Day 3 – W le foche

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Sembrano paciose. Ma questo strano incrocio tra un cane e un pesce, quando vuole, può correre molto più veloce di te. Per non parlare dei morsi.
Due annotazioni a proposito della fotografia:

1) Non sono io l’autrice, poichè ci sono voluti 5 giorni di imprecazioni nultilingue per far funzionare quel trabiccolo a creiceto che mio padre si ostina a chiamare macchina fotografica

2) Comunque sia, queste non sono foche. Questi siamo io e la mia famiglia ritratti da Lucy.

papà, mamma e Giulia

PS: giro per i vigneti, degustato molti vini neozelandesi. Da riportare umiliazione subita per aver considerato superiore la civiltà vinicola italiana. Il cloudy bay NON è l’eccezione che conferma la regola.

Day 2 – Gli altri sensi della vita

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Ho rivisto Giulia!!!!!!!!, mia sorella, migrata per 6 mesi in Nuova Zelanda per imparare lo neozelandese (come l’inglese, ma senza altre vocali all’infuori dell’iiiiiiii). E i Pearces, soprattutto Lynette che non vedevo da quando ci eravamo lasciate in Italia. Un secondo senso della vita potrebbe essere: lasciare le persone che ami solo per poterle riabbracciare. Il terzo è sicuramente che non bisogna mai fidarsi degli italiani: a Milano ci avevano assicurato che le valigie sarebbero state spedite direttamente a Wellington, la capitale, senza doverle ritirare ad Auckland prima del volo interno (tappe del viaggio, nostro e dei bagagli: Milano-Singapore, Singapore-Auckland, Auckland-Wellington). Peccato che, non essendoci la dogana per i voli interni, sia vietato per legge far arrivare i bagagli direttamente a Wellington: avremmo dovuto raccoglierli ad Auckland, passare la dogana, e poi partire. Comunque, sono arrivati tre giorni dopo: normale amministrazione. Solo una cosa non mi torna: quando per sicurezza abbiamo chiesto al check-in di Auckland dei nostri bagagli, la risposta è stata: “se hanno detto così a Milano, allora è sicuramente giusto”. Mah….
Comunque, Cloudy Bay e il mio primo tramonto sull’Oceano Pacifico hanno vinto il jet lag.  Come sostenevo da mesi senza che nessuno mi credesse, il jet lag può essere sconfitto.
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Day 1 – Ho visto cose…

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Prima di partire per un lungo viaggio, ci sono alcune cose da fare per prepararsi, soprattutto se viaggiate in aereo. La più importante di tutte è: non mangiare. Per nessun motivo al mondo. Da Milano a Singapore (12 ore, partenza h12.45 da Malpensa arrivo al Changi Airport  h7.30) ci hanno servito un pranzo (che il mio corpo registrava come servito alle 15) una cena (alle 17, anche se sull’aereo erano già diventate le 21) e una miriade di cracker al gusto di pollo che sono perfetti come accompagnamento ai film che puoi vedere sull’aereo, ma letali per il fegato. Dopo 50 minuti per cambiare a Singapore, sull’aereo diretto ad Auckland (11 ore) ci hanno servito una seconda cena, tra l’altro perfettamente identica alla prima: crocchette di patate a mollo nell’olio fritto, salsiccia imburrata, budino di cioccolato di ignota provenienza. In compenso, ho visto cose che voi emisferonordici non sognate nemmeno.
L’areoporto di SingaporeHo visto l’alba a Torino, prima di partire, e un tramonto 6 ore dopo, seguito da un’altra alba e da un altro tramonto ad una velocità impressionante. Ho visto il mare tramontare su una lastra di nuvole, così spessa che ho pensato fosse ghiaccio. Ho visto delle hostess asiatiche così belle da perdere la testa (io, nonostante tutto ancora forte nella scelta dell’eterosessualità, mi sono limitata a fare domande sulle loro uniformi-kimono; ma mio padre non voleva più scendere). Ho visto una ragazza cinese scoppiare a piangere così forte alla fine di un film orientale che una delle ninfe ha dovuto consolarla. Ho visto Hairspray, The invasion, The Simpsons movie in inglese e tutti quei film che mi incuriosivano, ma per cui non avrei mai pagato un biglietto. Ho visto anche gran bel film: The lives of the others, e ho realizzato che quello che facciamo non è inutile, non è superfluo, non è masturbazione. Ho visto Singapore per quasi 50 minuti, e la fase del decollo mi ha concesso il tempo di capire che Singapore sarà il mio prossimo Grande Viaggio, da fare nei prossimi 10 anni e non da sola. Ho anche capito che l’aereo, se è vero che permette di vedere la Nuova Zelanda, il posto più lontano raggiungibile sulla Terra (nota: dopo Singapore, Luna o Marte a seconda della stagione) ruba il significato del viaggio. Certo, permette di fregare il Sole sul tempo e far durare un giorno solo 12 ore: ma che senso ha poter dire di essere stata sopra l’Afghanistan? Sopra la Russia, sopra l’Afghanistan, il Pakistan, l’India e tutte quelle repubbliche ex sovietiche. Un giorno le visiterò tutte, ma per davvero. Se la vita ha un senso, quel senso è di non smettere mai di viaggiare: tanto la meta è una sola e la conosciamo già tutti.

E anche quest’anno la bolla ha lasciato la città

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nisimazinecover1.jpgnisimazinecover_2it.jpgnisimazinecover_3eng.jpgnizimasinecover_4en1.jpg E così anche questo Torino Film Festival è finito. Bilanci: 10 giorni, 30 ore di sonno, 1 doccia, 3 pacchi di sigarette, 90 tazzine di caffè, 2 tubi di pringles, circa 1500 noccioline.

Se mi dicessero che devo ricominciare tutto domani, mi metterei subito al lavoro.  Per portare il NISIMAZINE per sempre nei vostri cuori: http://www.frantinisimasa.it/progetti.asp?sottosezione=Download%20&evento=NISIMAZINE