Day 5 parte seconda – The U.S. is back

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dscf0248.jpgAbbiamo lasciato Nelson alle ore 15.00.  Fino alle 20.00, ora del nostro arrivo  a Reefton, incrocio dal nulla verso il nulla, non abbiamo visto nessuno. Nessuno. Abbiamo viaggiato per 5 ore sulla nostra macchinina giapu in una strada a una sola corsia di marcia inerpicandoci sulle montagne o per lunghi tratti di campagna (i due paesaggi, insieme a quello marino, si intersecano senza problemi, e forse è questa la cosa più strepitosa della Nuova Zelanda) senza vedere niente che non fosse alberi secolari, greggi di pecore, mucchi di mucche. Niente auto, niente pastori, niente contadini. A tratti, ad intervalli a volte lunghi più di un’ora, incrociavamo una casetta che spuntava tra la boscaglia. NB: una casetta, non due. Due casette viene già indicato sulla cartina come paese. Se una sera vuoi fare una torta e hai finito le uova, qui ti puoi anche sparare. E’ stato impressionante vedere quelle abitazioni, difficile immaginare la solitudine di chi vive in posti del genere. Non ha nulla a che vedere con la nostra campagna, dove da qualsiasi luogo entro un’ora si riesce a raggiungere per lo meno un paese. Ad un tratto, dopo quasi un’ora e mezzo dall’ultimo avvistamento di costruzioni umane, sul cucuzzolo di un tornante, abbiamo incrociato una casa che dava sulla strada. E, al suo fianco, una casa abbandonata. Peggio che vivere completamente isolati, c’è solo vivere completamente isolati ma accanto ad una casa abbandonata. A Christchurch vivono dscf0205.jpg500000 persone: le altre 500000 dell’isola del Sud a quanto pare sono ben distribuite sul territorio. Eppure, ogni volta che incrociavamo un paese, si incrociavano anche pub e motels: i fiumi, i laghi e le montagne portano tantissimi turisti. E infatti, quando mio padre ha cominciato a sbandare sulla destra, non abbiamo avuto problemi a trovare un posto dove dormire. Signore e signori, benvenuti a Reefton, la replica esatta di Easton (USA, dove ho passato l’anno più importante della mia vita ormai 7 anni fa) ma con 50 volte meno il numero degli abitanti. Ci siamo fermati alla prima scritta motel che abbiamo visto e ci è andata benissimo: un signore alto 2 metri e largo 4 ci ha accolti come se fossimo stati la sua famiglia, e per 110 dollari (55 euro) ci siamo accaparrati una casetta confy da morire (non è linguaggio giovane: è il modo neozelandese di dire confortable). Certo eravamo gli unici ospiti e non ha voluto che ci registrassimo: ma non c’erano uccelli impagliati alle pareti, e questo è bastato a rassicurarci sul dormire nel bel mezzo del nulla ai piedi delle montagne, un posto dove i cellulari non prendevano e la radio si sentiva solo a sprazzi.

dscf0206.jpgSistemati i bagagli e pagato la caparra, ormai si erano fatte le 20.30 e siamo andati a cercare la cena di Natale. Dopotutto, è sempre Natale. Dopo 20 minuti di inutili giri (il paese è formato da due incroci, per cui l’abbiamo girato da un capo all’altro per una decina di volte) ci è sembrato di trovare un ristorante cinese aperto, con un tavolo occupato da una famigliola che mangiava dentro. Ci siamo spalmati contro la vetrina, felici di poter finalmente consumare un vero pasto…ma poi uno dei commensali ha avuto pietà di noi e si è disturbato ad alzarsi per dirci che il ristorante era chiuso: lui era il proprietario, e il ristorante era chiuso: stava semplicemente cenando in pace per i cazzi suoi con la sua famiglia. Bisogna dire che sembrava sinceramente molto dispiaciuto per l’inconveniente, ci ha tenuti più di un quarto d’ora a spiegarci i motivi per cui aveva davvero davvero bisogno di una vacanza. Tornati al motel con la pancia lunghissima, abbiamo chiesto al proprietario se potevamo pagare due colazioni (la colazione era compresa nel prezzo) e mettere qualcosa sotto i denti. Il GGG ci ha portato: 4 porzioni di zuppa al pollo liofilizzata, un barattolo di spaghetti con il sugo rosso, pane al burro e un pomodoro. Cucina tipica italiana per la sua famigliola italiana, e fino ad ora la migliore cena di Natale della mia vita. dscf0217.jpg

 

La mattina dopo, ho fatto un milione di foto ai due angoli di Reefton. Easton, e la periferia americana in generale, mi mettevano addosso una tristezza quasi dolorosa. Qui invece sento solo un senso di pace e di armonia con la natura mai provati, riesco persino a sopportare il silenzio, cosa che da anni non riuscivo a fare. Il fatto è che la Nuova Zelanda non conosce l’espressione white trash e in compenso conosce quella di welfare state. Ma soprattutto, ci sono più motels che chiese qui.  

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Young night bird of the third millennium, pissed off, scarcely cultured, heavy drinker, sensitive to the many world infamies, in love with rats and pigeons, dreamer of any social justice, music freak, voracious of any piece of film, editor virtuosa, writer, marketing tyro, journalist, failed English teacher, failed actress, historian in the spare time…

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