Day 17 – LA LIGERA

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We go back home, in Wellington, listening to Ry Cooder and Bob Dylan (I’ve decided I don’t like Joni Michell and Van Morrison, feel free to judge me). Explorations are now over, we only have the city left to see. And cities are all the same all over the world in too many ways. Right on time, it arrived: the greatest travel story me and my sister we will ever be able to listen to in our whole lives. The most incredible thing is that it comes out from our beloved dad’s mouth. When he and all over parents in the world were little boys and girls, the word was much different than nowadays (so far it’s easy). In Terruggia, were daddy was born, people never locked the doors of their houses, everyone was coming over at anytime, the inhabitants shared everything they owned with the others (these are not banalities, think about our daytime). And then there was la ligera. The roamer, who travelled light because he did not own anything and he lived day by day. He wandered through the villages asking for hospitality, and more or less once in a month he turned up in Terruggia. He crashed for a couples of days at someone’s house, asking for some food and a bed, and then he went away. It was a tradition that brought back up to the pilgrims and that got permanently lost with the economic boom. The indians actually call the roamer “someone who is carrying out a spiritual journey”: definetely they don’t call him homeless. Anyway, one day la ligera arrives at aunt Aurelia’s house, grandma Martina’s sister, and ask her for food. Aunt Aurelia is running late, she has to go to the city for some errands, so she quickly prepares a meal with the remnants (please note: she was leaving him alone in the house). When she’s about to serve him, she realizes she has almost no wine left: she should go down to the basement and get another bottle, but she has no time left, she’s already running very very late. Not to look like the one who did not serve la ligera wine, she waters it down. She runs away for her errands…but when she gets back, she has a very bad surprise: la ligera is at the door, wainting for her to get back: “you gave me watered-down wine: I’m never coming back here!” he shouts leaving for good. And he never showed up again. For aunt Aurelia loosing her roamer was a very bad slap in the face. And nothing else matters.

Torniamo a casa, a Wellington, ascoltando Ry Cooder e Bob Dylan (ho deciso che Joni Mitchell e Van Morrison non mi piacciono, dite pure quello che volete).  Ormai le esplorazioni sono finite, non resta che vedere la città. E le città, per tanti versi, sono uguali in tutto il mondo. Puntuale, arriva il più grande racconto di viaggio che io e mia sorella potessimo ascoltare in tutta la nostra vita. E la cosa più sosprendende è che esce dalla bocca del nostro amato padre.  Quando lui e tutti gli altri genitori del mondo erano piccoli, il mondo era diverso da com’è ora (e fin qui). A Terruggia, paese natio del babbo, le persone non chiudevano mai le porte delle case, ci si trovava in giro dall’uno o dall’altro, si metteva in comune tutto quello che si aveva con gli altri abitanti (non sono banalità, se provate a pensare alla nostra giornata tipo). E poi, c’era la ligera. O meglio, quello che faceva la ligera: il vabagondo, che viaggiava leggero perché non possedeva nulla e che viveva alla giornata. Girava per i villaggi chiedendo ospitalità, e più o meno una volta al mese capitava anche a Terruggia. Si fermava un paio di giorni nelle famiglie, chiedendo cibo e un letto, poi ripartiva. Era un’usanza che risaliva ai tempi dei pellegrini, e che si è persa definitivamente solo con il boom economico. Non per niente, gli indiani indicano il vagabondo con un termine che significa “persona che sta compiendo un viaggio spirituale”: non certo barbone. Comunque, un giorno la ligera capita a casa della zia Aurelia, sorella della nonna Martina, e le chiede da mangiare. La zia ha fretta, deve andare in città per delle commissioni, e così gli prepara di corsa in cucina un pasto con gli avanzi del giorno (nota per i distratti: lo lasciava quindi in casa da solo, il barbone).  Al momento di servire in tavola, si accorge di avere solo più mezza bottiglia di vino da servire: dovrebbe andare in cantina a prenderne dell’altro, ma non ha proprio tempo, è già in grande ritardo. Così, per non fare una figura barbina con la ligera, allunga il vino nell’acqua e gli serve una bottiglia che sembra piena. Fugge a fare le commissioni; ma quando torna, la aspetta una brutta sorpresa: la ligera è sull’uscio che aspetta solo di salutare: “mi hai dato del vino con l’acqua; mi chi ven plù” sbotta tutto offeso infilando la porta. E da allora non è mai più tornato. Per la zia Aurelia, perdere il suo barbone è stato un immenso schiaffo in faccia. And nothing else matters.

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Informazioni su neshuma

Young night bird of the third millennium, pissed off, scarcely cultured, heavy drinker, sensitive to the many world infamies, in love with rats and pigeons, dreamer of any social justice, music freak, voracious of any piece of film, editor virtuosa, writer, marketing tyro, journalist, failed English teacher, failed actress, historian in the spare time…

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