Archivio mensile:agosto 2008

Day 7 – Right next door to hell

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Dopo una notte passata in pullman, e’ bello arrivare alla propria casetta: lo European Hostel, situato in Minna st. Sia il nome che la strada promettono bene, frugale ma chic. Una gentile signora indiana per telefono ha promesso di trovarmi un letto per 7 notti senza problemi, anche se su internet per un paio di notti dava il tutto esaurito non dovevo preoccuparmi. E infatti non mi sono preoccupata.

 

Perche’ sono una specie di Pollyanna europea trapiantata in un paese di squali. Minna st e’ in effetti vicinissima al municipio e alla famosa biblioteca pubblica, ma questo non la esime da essere il posto piu’ puzzolente che abbia mai visto. Ci sono piu’ barboni per strada che clienti nell’ostello. Per non parlare dei barboni che vivono nell’ostello. E che si occupano di lavare e pulire le lenzuola in cui io dovro’ dormire. I clienti fumano davanti all’entrata e mostrano evidenti segni di sporcizia ed esaurimento nervoso galoppante. Mah. E’ facile comunque immaginare come un posto del genere attiri tanta gente. E’ lo stesso motivo per cui io ne sono stata attratta: non c’era nessuna alternativa. E’ tutto esaurito, ad Agosto a San Francisco.

Entro e un odore acre di curry mi assale. E’ facile intuire che l’indiana con cui ho parlato e’ in effetti la padrona di casa, una signora che prima di emigrare negli Usa ha fatto in tempo a conoscere non dico Gandhi, ma Alessandro Magno in persona durante una delle sue gitarelle. Faccio per pagare, ma mi informano che accettano solo cash. E mi informano anche del fatto che sarebbe meglio se comprassi un lucchetto per la mia cassaforte.

sulla porta di camera mia...

Perche’, non posso usare uno dei vostri lucchetti? La signora indiana si incazza a morte, e si tradisce sul parlare inglese a stento: capisce e parla benissimo quando le serve. Si’, cosi’ quando avvengono i furti dite che siamo noi ad aver rubato!!! (prego notare l’uso dell’avverbio quando in luogo di se). Pero’ my dear puoi prendere in prestito sia le lenzuola che gli asciugamani. E apre la porta del ripostiglio piu’ polveroso che abbia mai visto. Le lenzuola sono accucciate in basso, e hanno l’aria parecchio sporca. Pero’ immagino siano quelle pulite, perche’ le altre sono arrotolate sul pavimento. Ma gli asciugamani. Gli asciugamani hanno le mosche intorno. E sono tutti diversi, tutti colorati, e tutti evidentemente macchiati. La donna ne prende uno e me lo porge.

No, grazie (la voce mi trema un po’. Sono snob, lo ammetto) Ho il mio asciugamano (grazie, grazie, grazie al Cielo).

Si’ ma cosi’ ne hai due.

No davvero voglio solo le lenzuola.

La convinco a fatica. E grazie a Dio non appoggia mai per un secondo l’asciugamano sulle lenzuola. Mi dispiace, ma gia’ l’idea di usare quelle lenzuola mi fa venire le lacrime agli occhi. Voglio la mamma.

Corro al bancomat e a comprare il lucchetto, torno, pago, mi riprendo il passaporto e finalmente ho la chiave. Room #9. Prendo tutte le mie valigie (tra cui un vinile di Elliott Smith che ritenevo importante comprare a Portland) e salgo tre rampe di scale. Apro la porta numero 9. Quattro simpatiche fanciulle stanno dormendo nei loro quattro lettini. E non ce n’e’ un quinto. Chiedo scusa, ma questa e’ la stanza numero 9?

Yeah.

E nessuna di voi fa il check out in giornata, vero?

Noooooo.

Ok, my bad.

Riprendo le valigie e torno giu’. L’attacco di panico e’ galoppante: internet diceva che l’ostello era esaurito per tre delle notti in cui sarei stata a San Francisco. E la vecchia signora ha l’aria davvero stonata. Infatti, quando le rido’ la chiave non vuole credere che la #9 sia piena. Non ci crede sul serio: devo convincerla con un mucchio di parole e la minaccia di far salire a lei tre piani di scale e andare a controllare. Alla fine mi concede la chiave #7, ma con la raccomandazione che ci devo un po’ giocare. Che ci devo un po’ giocare significa che mi ci vogliono 10 minuti buoni per riuscire ad aprire la porta. E quando finalmente ci riesco, l’odore della polvere emanata dalla moquette mi assale. Pero’ il letto libero c’e’. E per terra, in mezzo acari, una donna nera sta consolando una ragazzina asiatica con gli occhi gonfi di lacrime e l’aria smarrita.

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Day 6&7 – Icky thump goes to San Fran

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Se si vuole conoscere la vera America, e non e’ detto che uno lo voglia fare ma ogni tanto accade, bisogna prendere il pullman. Per esempio, per 16  ore filate da Portland a San Francisco.

Ebbene si’. Ho preso il pullman. Paul e’ stato molto gentile: e’ entrato in stazione, ha chiesto informazioni, e’ uscito, e’ rientrato in macchina, mi ha guardata intensamente negli occhi e mi ha detto: “hai presente tutte quelle cose terribili che ti ho detto riguardo ai pullman? Mentivo. Il pullman e’ l’unico vero mezzo di spostamento degli Stati Uniti. E il treno e’ esaurito per i prossimi 4 giorni”. Questo accade un po’ perche’ il loro sistema ferroviario, incredibile ma verissimo, fa piu’ schifo del nostro (che – andiamo! – non fa schifo) e un po’ perche’ con la crisi petrolifera, che qui ha davvero il sapore della life changing crisi, la gente ha cominciato a scoprire metodi alternativi al SUV.

Comunque. 16 ore Portland to San Fran in realta’ sono filate, tra i White Stripes Elliott Smith e la guida di San Francisco. Oh, e Howl ovviamente. Allen Ginsberg e’ un altro che aveva capito tutto con 50 anni di anticipo, e infatti lo processarono per oscenita’. Sul pullman davvero, e Pul me l’aveva detto, ho visto il cuore pulsante degli Stati Uniti.

Una dark di 150 chili che indossava un vestito nero e tatuaggi su ogni centimetro della sua estesissima pelle.

Una quindicina di messicani vestiti a festa che tornavano a casa.

Un alcoolizzato sessantenne con il naso viola e gli occhiali rotti che parlava della sua casa back in Alabama.

Una ragazza nera bellissima, con le treccine e i tacchi a spillo che teneva sulle ginocchia la sua bambina di tre anni.

Un ragazzo ispanico vestito da rapper che pretendeva di salire sul pullman con un enorme sacco della spazzatura come valigia.

Una vecchia signora con i capelli biondo platino e piena di gioielli dorati che riportava a casa la sua nipotina.

Una ragazza biondo naturale, iper obesa, che indossava un vestitino bianco aderente, corto e semitrasparente che rivelava completamente le sue forme sconvolte.

Una punk.

Una hippie con i capelli viola e la gonna indiana.

Una signora sulla quarantina con jeans scuri e top blu aderentissimi, magra magra e senza fianchi ma con la pancia gonfia di birra, i capelli biondi e uno strano tic agli occhi, che ha continuato a giocare con un tamagochi per 16 ore di fila.

In tutta la mia vita non incontrero’ mai piu’ dei visi cosi’ espressivi.

E ragazzi, l’alba su Sacramento…..

Day 3 – 6:57 am

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Sono su una carretta del cielo. Da Seattle a Portland sono effettivamente solo 40 minuti di volo, e avrei dovuto pensarci prima di imbarcarmi su una nave di disperati pendolari. Le ali sembrano quelle che si appicciano i bambini dietro la schiena quando fanno l’angelo del presepe. E le eliche sono minuscolissime. E il pilota ha l’eta’ di mia sorella. Come se non fosse gia’ abbastanza tragico che mia sorella ormai ha l’eta’ per prendere la patente.

Ma ormai e’ fatta, l’aereo parte. Come sempre, dite a Marco Travaglio che l’ho amato.

Day 2 – Walk on, Sun

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h 22.14 a Seattle, ma le 6 del mattino a Londra e l’1 del mattino a Philly. Oggi ho cambiato 2 fusi orari e questa passera’ alla storia come, in assoluto, la giornata piu’ lunga della mia vita in termini meramente temporali, perche’ per il resto sono rimasta sedutra tutto il tempo. Una giormata di 36 ore. Fico.

E ragazzi, l’arrivo a Seattle al tramonto. Non vedo l’ora di tornarci, in questa citta’! E sara’ bello chiudere tutto a cerchio.

Una annotazione riguardo al mio programma di viaggio: La forza con cui Paul mi aveva dissuaso dal prendere il pullman al posto del treno mi aveva sinceramente colpito: per un hippie positivo e alla mano come lui sembrava francamente esagerato rispetto a possibili rischi reali. Poi oggi leggo sul Guardian che al confine con il Canada un passeggero di un pullman, dal nulla e con la massima calma, ha a un certo punto del viaggio tirato fuori un coltello da caccia e iniziato a decapitare il vicino di sedile, un ragazzo di 23 anni che dormiva appoggiato al finestrino. Ha finito il lavoro, e poi ha mostrato a tutti i passeggeri la testa mozzata. Tra i passeggeri c’era una scolaresca di bimbi delle elementari. 

Ok, vada per il treno.

Day 2 – DOGANA

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No, non ne usciro’ mai. Ho aspettato un ora e un quarto per farmi prendere le impronte di entrambi gli indici e la scansione della retina. Alla faccia del benvenuto. 7 anni fa, per lo meno, si erano limitati a chiedermi se ero stata membro del partito nazista ai tempi d’oro del jazz. A quel punto ero in ritardissimo per Seattle, e ho dovuto correre per tutto l’areoporto. Ma senza scarpe, perche’ te le fanno togliere. Tz. Nemmeno se Bush in persona viaggiasse in aereo con me farei esplodere le mie adorate Converse. Ma vaglielo a spiegare a ‘sti yankee del cazzo.