Day 8 – Propeller hats

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Io odio Matteo. Ma siccome la mia idea di back up career è diventare la sua assistente personale, e per festeggiare il fatto di aver vinto il concorso, lasciata l’Università decido di fare una passeggiata e andare a prendergli I suoi adorati propeller hats: delle mostruosità colorate a spicchi arcobaleno con in cima un’elica attaccata. Ne vuole uno con il brontosauro blu e l’elica rossa e un altro con l’elica verde e l’animale a mio gusto, tranne che per il maiale o il computer che non gli piacciono.

Mi metto in cammino, la borsa piena di libri e di opuscoli che contengono come uno scrigno un’ipotetico futuro alla Federico Rampini (uno dei pochi italiani che abbiamo studiato giornalismo a Berkeley). Devo percorrere tutta Sacramento, girare a destra in California e poi di nuovo a destra per la mitica Wosley str, 1600, che ospita la fabbrica dei Propeller Hats. Sembra facile, una passeggiatina da farsi prima di pranzo. 50 minuti dopo, una fame e una sete mai provate prima, ma soprattutto un male alle gambe e alla schiena da togliere il fiato (il mio osteopata mi ucciderà, ma dovrà farlo in galera perchè io avrò già ucciso Matteo) riesco finalmente a raggiungere Wosley st. E’ una via residenziale, di quelle formate da cassette a schiera e senza un bar, un supermercato, un qualsiasi luogo pubblico. E soprattutto, visto che sono le 2 e si muore di caldo, non un’anima in giro. Non sembra il posto dove qualcuno aprirebbe un negozio. Arrivo al numero 1600. E inizio a piangere. 1600 Wosley st è una casa abbandonata. L’intonaco è scrostato, I vetri affumicati, l’erba del giardino mi arriva al naso. Sulla porta ci sono parecchi adesivi che recitano “Nobody for President in 1984”. Mi accascio sulla borsa, tirando su con il naso. I piedi mi fanno malissimo, ormai zoppico. Il mal di schiena si sta trasformando nel proverbiale mal di testa e non ho le medicine con me. Sono in ritardissimo per vedere il Moma a San Francisco. Non bevo e non mangio nulla da più di 5 ore. E tutto questo per trovarmi in un indirizzo sbagliato. Colmo dei colmi, non ho con me la macchina fotografica. Le foto di una catapecchia del genere sarebbero state grandiose. Mentre penso a come riuscire a trascinarmi fuori dal quartiere, noto un’ombra dietro le finestre. Un animale selvatico, una persona? Il maniaco omicida che farebbe così pendant con la casa? “C’è qualcuno” urlo disperata alla finestra, troppo stanca per alzarmi in piedi.

E poi esce.

Non è un animale selvatico ne’ un maniaco omicida ne’ l’incaricato alle demolizioni. E’ un hippie. Un autentico hippie di Berkeley, dove gli hippie sono nati con il Vietnam e le proteste universitarie, l’alverare madre di una cultura espansa in tutto il mondo e che adesso versa nelle stesse condizioni di quella casa. Ma tant’è. That’s America baby, e qui tutto resiste con più forza.

L’Hippie indossa jeans strappati, sandali da carmelitano e maglietta psichedelica dei Greatful Dead. L’età è proprio quella giusta, le linee grigie della barba lunga fino allo sterno sono più eloquenti delle venature dei tronchi d’albero. I capelli sono della stessa lunghezza e dello stesso colore. La pelle abbronzatissima, perchè un hippie non è a suo agio all’ombra di un edificio ovviamente. Cazzo, la macchina fotografica….

Ho davanti a me un chiaro pezzo della storia con cui sono cresciuta, e mi sento davvero in imbarazzo a chiedergli dove posso trovare la fabbrica (o il negozio) dei cappellini con l’elica). Gli chied scusa, devo avere avuto l’indirizzo sbagliato. L’hippie però non si agita (del resto, è un hippie. E’ tutto cosmicamente valido, anche le richieste più assurde). “You’re in the right place – risponde – c’mon in, it’s all here”. Io sbarro gli occhi, mi faccio largo tra l’erba del giardino, e lo raggiungo nel garage. Non ho paura per un attimo intanto perchè gli hippie sono buoni come il pane e non bisogna averne paura, e poi perchè la porta è aperta e si intravedono subito I cappellini, coloratissimi e allegri. Entro nel paese delle meraviglie. Il negozio per bambini che mi aspettavo è una piccola rimessa pieno di cappelli fino alle pareti. L’hippie mi spiega che fa tutto da lui nel laboratorio, assembla il cappello con l’animaletto, l’elica e le perline. Poi vende in tutto il mondo. Il materiale, ci tiene a precisare, è rigorosamente made in USA: I cappelli da New York, gli animali dalla Pennsylvania (mi sembra) e la stellina e le perline da qualche altra parte. Nessuna manina cinese di 7 anni coinvolta nel processo. So che Matteo rimarrà deluso per questa informazione, ma io per questo scatto etico di una microindustria che è anche multinazionale (non vende quasi più niente in Italia, mi racconta, in compenso si è allargato molto sul mercato asiatico) gli compro ben 3 cappelli. Un po’ perchè quel tizio mi piace. Un po’ perchè in Italia dovrei andare fino a Lucca per trovare un propeller hats; un po’ perchè mi regala una stellina, una giraffa e una rana dalla sua collezione di animali da assemblare. Un po’ perchè in preda ad un raptus mi autoregalo anche un’aquila Americana mentre lui traffica con le confezioni nell’altra stanza (non volevo rubare, tanto meno ad un hippie. Ma ho visto l’aquila solo dopo aver adottato la rana e la giraffa, e come potevo abbandonarne una???). Un po’ perchè mi ha invitato a sentirlo suonare il corno nel pomeriggio a San Francisco. Ma soprattutto, perchè mi ha detto che nel caso mi accettassero a Berkeley e io avessi bisogno di un lavoro gli farebbe piacere che lavorassi per lui. Avrebbe davvero bisogno che qualcuno lo aiutasse ad assemblare cappellini.

E così ragazzi, ho trovato il posto della mia vita. Roba da mollare l’università per un lavoro del genere, non fosse legato all’essere accettata ad una delle università più prestigiose del mondo. 

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Informazioni su neshuma

Young night bird of the third millennium, pissed off, scarcely cultured, heavy drinker, sensitive to the many world infamies, in love with rats and pigeons, dreamer of any social justice, music freak, voracious of any piece of film, editor virtuosa, writer, marketing tyro, journalist, failed English teacher, failed actress, historian in the spare time…

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