Twinning #3: Marta and the collective group

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C’è un terribile virus che si aggira per Sheffield, e con occhi stranieri è difficile capire cosa stia succedendo. È sabato sera, la città è deserta. Deserta e bianca, ha nevicato molto. Ma questo non ha mai fermato gli sheffieldiani: fanciulle in mutande e tacchi a spillo (la gonna c’è, ma si è arrotolata sui fianchi mentre bevevano), ragazzi che colorano di allegri ruscelli di piscio la strada, band che suonano in modo da farsi sentire perfettamente anche dalla strada, buttafuori che si pestano tra di loro, flirt con la scusa dell’accendino, balli improvvisati sui bordi dei marciapiedi, pompini fugaci nei vicoli, urla di ogni genere. O per lo meno questa è West Street, la strada working class, anche quando nevica. Ma questa sera, al posto di un casino che passa anche attraverso il walkman, tutto tace. I locali sono chiusi o mezzo vuoti e con le luci basse. Nessuno in giro. Niente nugoli di adolescenti vestiti a festa, niente ragazze nude, niente ubriaconi che attaccano rissa.
Faccio un giro su Division Street, parallela di West Street e suo omologo upper middle. La stessa birra la paghi 3 sterline invece di 50 pence, ma te la servono senza insetti morti dentro. C’è un motivo se gli inglesi si sono trovati così bene in India: avete presente il sistema di caste rigide? Ecco, li faceva sentire a casa. Il problema delle diseguaglianze sociali è uno dei più gravi nel Regno Unito: sono a comparto stagno (e stagnante) dalla nascita alla culla. O vai su Division Street, o vai su West Street. Non possono coesistere le due cose, se sei inglese. Su Division Street la gente sembra uscita da un catalogo di Paul Smith o di Vivienne Westwood; le band suonano un indie rock dalle sfumature elettroniche e con un occhio al folk americano de la rive gauche; tutti fumano le canne fuori dai locali ma nessuno urla, perchè sono sì ubriachi, ma gli viene la ciucca triste dell’ intellettuale.
Comunque sia, anche Division Street è buia e immobile. Perfino i lampioni non emettono che una luce fievolissima.

I Book Club

Provo l’ultima spiaggia per incontrare qualche anima viva: l’università, che ospita una taverna, un bar, un club e una vera e propria discoteca (gli studenti sono un ottimo mercato). Di solito la musica si sente da tre o quattro isolati di distanza, ed è per questo che solo le matricole vivono nella zona. Tutto tace. Sembra l’inizio di 28 giorni dopo, con Cillian Murphy che si aggira per Picadilly Circus senza un’anima viva intorno. Cammino fino all’entrata della Student Union, con addosso il brividio di essere l’unica persona viva in città… ma non è un film dell’orrore. È che non avevo pensato agli esami in arrivo. “Good luck with your exams” recita uno striscione che occupa tutta la parete principale. “Good luck with your exams” c’è scritto sulla porta dell’Harley, il miglior bar della città. Messo il glorioso acciaio alle spalle, ora tutta l’economia cittadina ruota intorno all’università. In periodo di esami, la città si spegne. Niente locali, niente distrazioni. Niente feste, niente concerti. Gli unici posti pieni di vita sono le biblioteche e le sale studio. Insomma, purtroppo, la mia ricerca di un buon gruppo inglese da proporre per questo mese è stata disastrosa. Ma ricordo volentieri i tempi d’oro per parlarvi di un concerto che ho visto al mio secondo giorno in città, durante quella che si chiama freshers’ week, la settimana delle matricole, in cui l’università stessa organizza gare di bevute, concerti, serate in discoteca, orge saffiche sotto le mentite spoglie di lezioni di burlesque per far conoscere i nuovi studenti tra di loro. Il mio primo concerto di Sheffield è stato quello del signor Joe Carnall, con il suo gruppo Joe Carnall & The Book Club. Non sono immensi ma sono l’epitome dell’inglesità, un po’ depressi ma molto energetici, very very Sheffield e tecnicamente impeccabili. Joe Carnall è una starlette locale: 3 anni fa, con i Milburn, aveva toccato il 22° posto nella UK chart e pubblicato due album con la Mercury Records, una branca indie della Universal. Poi la band si è sciolta e lui si è dedicato al Book Club. Corre voce che abbia rinunciato ad un master ad Oxford per portare avanti il nuovo gruppo. Francamente, non sono sicura che valgano un master ad Oxford (tenete presente il classismo inglese: Radiohead, Oxford. Tony Blair, Oxford. C’è un motivo); ma potrebbero valere un master a Sheffield, se giocano bene le loro carte. E ora scusate, ma torno a studiare.

Ed eccoli qui:
http://www.myspace.com/thebookclubofficial

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