Twinning #5: Bad Lieutenant

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La scorsa settimana si è avverato il sogno che inseguivo dalla prima volta che ho visto Ritorno al Futuro: ho fatto un viaggio nel tempo. Non avevo una DeLorean, ma un biglietto per recensire tali Bad Leutenant per il giornalino dell’università. Del gruppo sapevo solo che si sono formati nel 2007, e non avevo avuto nemmeno il tempo di guardare su myspace prima di arrivare al locale, il Ledmill, un locus amenus sheffieldiano che ogni sera ospita una o più risse. Ovviamente il nostro nome non figurava tra gli accrediti.
Non sarebbe stato un problema in altre circostanze, ma il posto è famoso per la civiltà dei suoi gestori. Al quinto vaffanculo che mi piglio mi ricordo che non pagano, che non ho idea di chi siano ‘sti quattro sfigati che suonano e che a due isolati c’è un bar con un paghi uno bevi 4 sulle birre. Però il mio +1 insiste che i biglietti sarebbero costati 20 sterline a pagarli, quindi entrarci gratis ha un suo valore. Torno alla carica un’ultima volta, sperando di non finire con il cappotto nuovo sporco di sangue; alla fine il manager del gruppo arriva e si scusa, dicendo che il nostro nome era sulla sua lista e non quella del locale. Io non lo cago nemmeno di striscio e finalmente entro, con l’agognato stampino sulla mano.

Bad Lieutenant

Andando per i 27 e trovandomi in una città composta di universitari adolescenti, capita spesso che io sia di gran lunga la più vecchia del locale. Il che, dopo le prime tre volte in cui ti senti ggiovane, fa scattare un orologio biologico interno che ti ricorda in quale vecchia capra tu ti sia trasformata. Per questo resto molto sorpresa dal pubblico, composto interamente da quarantenni new wave con un taglio di capelli stile Take That dei tempi d’oro, orecchino e chiodo di rito, capelli bianchi e pancetta da birra. L’atmosfera è elettrica. C’è chi saltella, chi batte le mani, chi controlla che la macchina fotografica funzioni bene, chi fugge di corsa al bagno (si sa, a una certa età la prostata), chi litiga per la prima fila. Io e il mio amico Alessandro ci guardiamo stupefatti: ma chi sono questi Bad Lieutenant che suonano da meno di tre anni e che trascinano un’orda di quarantenni isterici e disposti a pagare 20 sterline? Sale sul palco il primo membro, ha sì e no 30 anni. Sale un altro: giovane pure lui. Sale il batterista, dell’età del suo pubblico: e la folla inizia ad urlare. Poi sale il cantante, e il locale viene giù di applausi. Se il detto dice che chi si trova sul palco deve essere sempre vestito meglio del pubblico, in questo caso il frontman è più anni ‘80 di tutti i suoi fan messi insieme. Capello lungo sopra e corto sotto, ciuffetto, chiodo, anello all’orecchio, dito alzato verso il cielo. Bellissima voce, musica che è puro distillato dei tempi in cui Margaret Thacher regnava sull’ex impero. Tecnicamente sono bravissimi, eccezionali. E la musica è davvero di un’altra epoca, priva di novità. Chissà che storia ha il cantante, penso. Il che, svelato l’arcano, suona parecchio ironico. Suonano sei o sette canzoni che io e Alessandro teniamo di sottofondo mentre andiamo e veniamo dal bar, attirandoci gli sguardi di disprezzo dei fan.
Il frontman è pure simpatico, parla un sacco con il pubblico e continua a dire che tra un po’ arriveranno le canzoni a richiesta, quando la musica si fa seria. Cosa voglia dire con questa frase, che suona abbastanza degradante per quello che sta suonando adesso, lo scopro alcuni minuti dopo. Intona una cover rock di Out of Control dei Chemical Brothers, e la voce è identica. E lui, infatti, è Bernard Sumner. Ex Joy Division, ex New Order, Bernard Sumner è uno dei guru della New Wave britannica e a 54 anni è un mito assoluto, un idolo supremo per chiunque ami l’electro-pop. Ecco, che storia ha. A conferma di questa epifania, chiuso con Out of Control attacca Temptation. Avete presente? “Up down turn around, please don’t let me hit the ground…”A questo punto mi lancio in mezzo ai quarantenni, pentita di non aver cotonato i capelli e di non avere nemmeno i leggins addosso, e inizio a urlare più forte di chiunque altro. Temptation live!! E chi l’avrebbe mai pensato a Sheffield nel 2010? Io ho una mia teoria sul tempo: non esiste nessuna linea, solo una serie di strati che si accavallano. Quella sera ci siamo trovati tutti in un periodo compreso tra il 1980 e il 1989, quando Kurt Cobain era solo un liceale e c’era ancora spazio per il romanticismo. Intendiamoci, io amo i Nirvana, e adoro Ian Curtis; ma arrivare a 54 anni e avere ancora la grinta dei 20, continuare a fare la musica che piace anche se il pubblico si riduce da 1000 a 100 invece di suicidarsi, e chiedere ai fan quale tra le canzoni che han segnato un’epoca vogliano sentire, beh questa è classe. Il regalo finale è stato Love will tear us apart, che mai e poi mai avrei pensato di poter ascoltare direttamente da chi ha contribuito a scriverla. E’ proprio vero che non sai mai cosa ti può capitare, quando vai a un concerto alla cieca. E soprattutto, ero sulla lista degli invitati del manager di Bernard Sumner…scusate se è poco.

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