Archivio mensile:luglio 2010

Twinning #8: Congedo

Standard

Sono gli ultimi giorni a Sheffield. È tempo di bilanci, di somme e di sintesi di questa esperienza di gemellaggio culturale.
O meglio lo sarebbe.
Ma ci sono i mondiali.
Una sola cosa conta in questi giorni di fermento: non perdere di vista la palla e sperare che i primi piani della regia siano tutti per i giocatori carini (e gli inglesi infatti, che la TV la sanno fare, hanno inquadrato David Beckham e Mick Jagger tutto il tempo, più un paio di shots su Capello che si agita – come se essere italiani a questi mondiali non fosse di per sè sufficientemente imbarazzante).
Anche qui a Sheffield, come nel resto del pianeta, ogni attività regolare si interrompe: invece di ubriacarsi a ritmo di rock, gli sheffieldiani si ubriacano davanti al televisore.
Dovrebbe essere un’atmosfera allegra. Non lo è per niente. Per legge, in piazza sono vietati i megaschermi: problemi di ordine pubblico. Con i mondiali infatti, la gaia ordinaria violenza del venerdì sera diventa, soprattutto con una seconda Recessione alle porte, violenza molesta. L’intero paese è immerso in un’atmosfera da hooligans che rende pericoloso l’andarsene in giro con bandiere diverse da quella inglese, e pauroso l’andarsene in giro e basta. Avete presente Genova durante il G8? Ecco.
Fortunatamente per le mie mire di osservatrice, l’Italia se ne torna a casa dopo tre partite. Questo mi dà il tempo di riflettere su due cose: primo, che con la destra al governo il Bel Paese fa proprio schifo a 360 gradi; secondo, che da come si comporta la gente intorno al giuoco del pallone si possono comprendere molte cose su un paese. Per esempio, i mondiali visti dall’Inghilterra mi hanno dato la conferma definitiva che il Regno Unito è una nazione fallita.

Noi italiani viviamo nel mito dell’Inghilterra: l’idea che ci facciamo dei cugini nordici è di una democrazia matura, libera, con una buona divisione dei poteri, stilosissima e soprattutto con la migliore musica immaginabile. Con una parziale eccezione per l’ultimo punto, il resto è un abbaglio colossale. Non c’è nessun paese. Ci sono solo alcune persone a cui è capitato di vivere sulla stessa isola e che si guardano in cagnesco.
Partiamo dagli spettatori di una partita di calcio, rigorosamente asserragliati dentro a un pub perchè, come ho detto, questioni di sicurezza impongono che non la si possa guardare tutti insieme in piazza. La prima osservazione è che l’Inghilterra va, per l’appunto, come Inghilterra ai mondiali, non come Regno Unito. Gli spettatori non sventolano la Union Jack tricolore, ma una croce rossa su sfondo bianco che ricorda in parte i documentari sulle crociate, in parte i cattivi di “V per Vendetta”. La Union Jack, mi spiegano, è per frocetti che vivono a Londra e che lavorano in banca.
La “vera” Inghilterra, quella in cui ho vissuto nel corso di quest’anno, è una landa desolata che confina con il Galles e con la Scozia. Non puoi dire a un gallese o a uno scozzese che sono inglesi, o vice versa: si odiano.
La seconda osservazione è che gli inglesi sono divisi tra Sud e Nord. E si odiano. Ma non come i torinesi che odiano i milanesi e che prendono per il culo i napoletani: questi si odiano sul serio, senza possibilità di appello.
La terza osservazione è che sia gli inglesi del Nord che gli inglesi del Sud vivono divisi in 4 classi: underclass (senza lavoro da 5 generazioni, vivono nei ghetti e campano di sussidi statali in cambio di stare buoni e zitti), working class (operai e minatori), upper class (proprietari terrieri la cui ricchezza a volte va indietro di 30 generazioni, roba da fare impallidire qualunque Berlusconi, Agnelli o Briatore italiani) e middle class. La working class odia la upper class. La upper class odia la working class e la underclass. La middle class disprezza la upper class, la working class, la underclass e gli altri della middle class. La underclass odia il genere umano tutto, sè stessa compresa, per lo meno in questo caso senza distinzioni di classe. E le vite di queste vere e proprie caste non si incrociano mai, perchè la gente nasce, cresce, fa la spesa e muore in posti diversi, separata da muri culturali (e talvolta letterali) altissimi.

Un esempio per capire. Un ragazzo working class va in pub di Sheffield per vedere la partita, e chiede a quello davanti di spostarsi. Quello davanti è dell’underclass, e come risposta gli rompe il bicchiere di birra in faccia, mandandolo all’ospedale e lasciandolo sfigurato per sempre, un occhio storto e il naso a poltiglia. Trainspotting vi sembrava violenza surreale? Non lo è. (Non ho detto che gli scozzesi sono meglio degli inglesi). Si va in tribunale. Il giudice è dell’upper class. Ha studiato alle scuole private (come chiunque abbia un qualunque lavoro di prestigio), è astemio e non guarderebbe mai una partita di calcio: gli sport upperclass sono il Polo e il Cricket, e un qualunque pub del Regno sta per lui come Scampia sta nell’immaginario italiano: non ci vai se non sei un poco di buono, e se ti fai male sono cazzi tuoi. Così l’esponente della underclass si becca due anni ma con pena sospesa, e 100 ore di lavoro non pagato prima di tornare libero come un fringuello. Tanto al giudice upper class che gliene frega? Vive in una residenza di campagna in mezzo a una foresta. Un giornalista middle class del Guardian che vive al Sud e guarda le partite solo a casa sua con il megaschermo al plasma, sgranocchiando sushi con gli amici, scriverà che povero sfiguratore, è cresciuto in un ambiente violento e quello è il linguaggio che parla.

Restando in tema di cronaca, la tanto celebrata libertà di stampa inglese si traduce in una galleria di storie dell’orrore. Da noi per tre anni si è parlato solo di Cogne per nascondere le magagne di Berlusconi. Orribile, non c’è che dire. Qui due o tre pagine le si dedicano sempre a sputtanare i politicanti di turno, bisogna rendergliene atto. Ma per il resto, c’è un nuovo caso Cogne tutti i giorni. Faccio un breve elenco di fatti accaduti soltanto nelle ultime due settimane: un padre di famiglia ha provato a uccidere il figlio neonato, avuto dall’amante sedicenne, battendolo a terra come uno straccio, ma il bambino è sopravvissuto riportando danni celebrali permanenti; dei ragazzi hanno dato fuoco a un compagno di classe durante una festa; due madri hanno picchiato a sangue una bambina sull’altalena così che i loro figli potessero usare l’attrezzo di gioco; un diciassettenne è stato aggredito con un martello che gli ha bucato il cranio, è sopravvissuto solo con l’asportazione di una grossa fetta di cervello; un marito ha ustionato le mani della moglie; un ragazzo di 19 anni è stato condannato a 5 anni di carcere per aver accidentalmente ucciso la figlia neonata dopo averla sbatacchiata in preda alla rabbia per aver perso una partita alla playstation (esatto, 5 anni); una madre ha avvelenato la figlia facendole bere per sbaglio il metadone; John Venobles, che a 10 anni uccise per gioco un bambino di 3 dopo averlo rapito (ce la ricordiamo tutti la storia suppongo), è stato di nuovo arrestato dopo che lo hanno beccato a smerciare materiale pedopornografico. Cosa ci faceva in giro uno così? Chiedetelo a un ex giornalista del Financial Times che, cito, “uccidere a colpi di pietre un bimbo di tre anni sono cose che i ragazzini fanno”.
Poi uno si chiede com’è che nella terra di Shakespeare ci sia un tale grado di devastazione morale e di violenza.

Dopo un anno qui, io francamente non so se è meglio vivere in un paese così o in uno in cui il Presidente del Consiglio dice agli aquilani che finchè continueranno a chiedere giustizia per i propri morti non manderà più aiuti in città.
Quello che vi posso raccontare è che quando ho discusso dell’Inghilterra con i miei amici stranieri, la teoria della sezione greca del think tank è stata che gli inglesi non amano i loro figli. Poichè la sezione greca è rappresentata dal mio ragazzo, lì per lì mi sono sentita in diritto di piantare una scenata di mezz’ora sul fatto che va bene tutto, ma arrivare a dire che gli inglesi non hanno il gene dell’amore per i figli è una stronzata clamorosa.
Dopodichè, pochi giorni dopo, ho partecipato a una press trip come unica giornalista straniera in mezzo a un gruppo di inglesi. Ho conosciuto Robert, critico musicale per il Daily Express, orecchio e cervello affilati. Mentre discutevamo di teorie musicali varie, mi ha detto: “Il problema dell’Inghilterra è che la gente non ama i propri figli. Per questo voi avete del cibo buonissimo e un tessuto sociale che regge e noi abbiamo il rock’n’roll”.
Sarà come sarà, ho porto le mie scuse a chi di dovere e ho rispolverato la mia collezione di dischi dei Rolling Stones. Sarà come sarà, il premio di consolazione per un tessuto sociale inesistente, che nessuno ha mai nemmeno provato a tessere, è dal punto di vista estetico più che accettabile.

Caro lettore (ciao Enrico!)
con questo lunghissimo saggio sociologico chiudo la mia rubrica su Sheffield, sull’Inghilterra, sulla musica da pub.
Da Settembre sarà tutta un’altra storia perchè mi trasferisco in un altro Stato, in un altro continente, un po’ più vicino all’Europa: Londra.

Annunci