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I spent one year in the North of England. How said that there were no cultural clashes in the West?

Twinning #8: Congedo

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Sono gli ultimi giorni a Sheffield. È tempo di bilanci, di somme e di sintesi di questa esperienza di gemellaggio culturale.
O meglio lo sarebbe.
Ma ci sono i mondiali.
Una sola cosa conta in questi giorni di fermento: non perdere di vista la palla e sperare che i primi piani della regia siano tutti per i giocatori carini (e gli inglesi infatti, che la TV la sanno fare, hanno inquadrato David Beckham e Mick Jagger tutto il tempo, più un paio di shots su Capello che si agita – come se essere italiani a questi mondiali non fosse di per sè sufficientemente imbarazzante).
Anche qui a Sheffield, come nel resto del pianeta, ogni attività regolare si interrompe: invece di ubriacarsi a ritmo di rock, gli sheffieldiani si ubriacano davanti al televisore.
Dovrebbe essere un’atmosfera allegra. Non lo è per niente. Per legge, in piazza sono vietati i megaschermi: problemi di ordine pubblico. Con i mondiali infatti, la gaia ordinaria violenza del venerdì sera diventa, soprattutto con una seconda Recessione alle porte, violenza molesta. L’intero paese è immerso in un’atmosfera da hooligans che rende pericoloso l’andarsene in giro con bandiere diverse da quella inglese, e pauroso l’andarsene in giro e basta. Avete presente Genova durante il G8? Ecco.
Fortunatamente per le mie mire di osservatrice, l’Italia se ne torna a casa dopo tre partite. Questo mi dà il tempo di riflettere su due cose: primo, che con la destra al governo il Bel Paese fa proprio schifo a 360 gradi; secondo, che da come si comporta la gente intorno al giuoco del pallone si possono comprendere molte cose su un paese. Per esempio, i mondiali visti dall’Inghilterra mi hanno dato la conferma definitiva che il Regno Unito è una nazione fallita.

Noi italiani viviamo nel mito dell’Inghilterra: l’idea che ci facciamo dei cugini nordici è di una democrazia matura, libera, con una buona divisione dei poteri, stilosissima e soprattutto con la migliore musica immaginabile. Con una parziale eccezione per l’ultimo punto, il resto è un abbaglio colossale. Non c’è nessun paese. Ci sono solo alcune persone a cui è capitato di vivere sulla stessa isola e che si guardano in cagnesco.
Partiamo dagli spettatori di una partita di calcio, rigorosamente asserragliati dentro a un pub perchè, come ho detto, questioni di sicurezza impongono che non la si possa guardare tutti insieme in piazza. La prima osservazione è che l’Inghilterra va, per l’appunto, come Inghilterra ai mondiali, non come Regno Unito. Gli spettatori non sventolano la Union Jack tricolore, ma una croce rossa su sfondo bianco che ricorda in parte i documentari sulle crociate, in parte i cattivi di “V per Vendetta”. La Union Jack, mi spiegano, è per frocetti che vivono a Londra e che lavorano in banca.
La “vera” Inghilterra, quella in cui ho vissuto nel corso di quest’anno, è una landa desolata che confina con il Galles e con la Scozia. Non puoi dire a un gallese o a uno scozzese che sono inglesi, o vice versa: si odiano.
La seconda osservazione è che gli inglesi sono divisi tra Sud e Nord. E si odiano. Ma non come i torinesi che odiano i milanesi e che prendono per il culo i napoletani: questi si odiano sul serio, senza possibilità di appello.
La terza osservazione è che sia gli inglesi del Nord che gli inglesi del Sud vivono divisi in 4 classi: underclass (senza lavoro da 5 generazioni, vivono nei ghetti e campano di sussidi statali in cambio di stare buoni e zitti), working class (operai e minatori), upper class (proprietari terrieri la cui ricchezza a volte va indietro di 30 generazioni, roba da fare impallidire qualunque Berlusconi, Agnelli o Briatore italiani) e middle class. La working class odia la upper class. La upper class odia la working class e la underclass. La middle class disprezza la upper class, la working class, la underclass e gli altri della middle class. La underclass odia il genere umano tutto, sè stessa compresa, per lo meno in questo caso senza distinzioni di classe. E le vite di queste vere e proprie caste non si incrociano mai, perchè la gente nasce, cresce, fa la spesa e muore in posti diversi, separata da muri culturali (e talvolta letterali) altissimi.

Un esempio per capire. Un ragazzo working class va in pub di Sheffield per vedere la partita, e chiede a quello davanti di spostarsi. Quello davanti è dell’underclass, e come risposta gli rompe il bicchiere di birra in faccia, mandandolo all’ospedale e lasciandolo sfigurato per sempre, un occhio storto e il naso a poltiglia. Trainspotting vi sembrava violenza surreale? Non lo è. (Non ho detto che gli scozzesi sono meglio degli inglesi). Si va in tribunale. Il giudice è dell’upper class. Ha studiato alle scuole private (come chiunque abbia un qualunque lavoro di prestigio), è astemio e non guarderebbe mai una partita di calcio: gli sport upperclass sono il Polo e il Cricket, e un qualunque pub del Regno sta per lui come Scampia sta nell’immaginario italiano: non ci vai se non sei un poco di buono, e se ti fai male sono cazzi tuoi. Così l’esponente della underclass si becca due anni ma con pena sospesa, e 100 ore di lavoro non pagato prima di tornare libero come un fringuello. Tanto al giudice upper class che gliene frega? Vive in una residenza di campagna in mezzo a una foresta. Un giornalista middle class del Guardian che vive al Sud e guarda le partite solo a casa sua con il megaschermo al plasma, sgranocchiando sushi con gli amici, scriverà che povero sfiguratore, è cresciuto in un ambiente violento e quello è il linguaggio che parla.

Restando in tema di cronaca, la tanto celebrata libertà di stampa inglese si traduce in una galleria di storie dell’orrore. Da noi per tre anni si è parlato solo di Cogne per nascondere le magagne di Berlusconi. Orribile, non c’è che dire. Qui due o tre pagine le si dedicano sempre a sputtanare i politicanti di turno, bisogna rendergliene atto. Ma per il resto, c’è un nuovo caso Cogne tutti i giorni. Faccio un breve elenco di fatti accaduti soltanto nelle ultime due settimane: un padre di famiglia ha provato a uccidere il figlio neonato, avuto dall’amante sedicenne, battendolo a terra come uno straccio, ma il bambino è sopravvissuto riportando danni celebrali permanenti; dei ragazzi hanno dato fuoco a un compagno di classe durante una festa; due madri hanno picchiato a sangue una bambina sull’altalena così che i loro figli potessero usare l’attrezzo di gioco; un diciassettenne è stato aggredito con un martello che gli ha bucato il cranio, è sopravvissuto solo con l’asportazione di una grossa fetta di cervello; un marito ha ustionato le mani della moglie; un ragazzo di 19 anni è stato condannato a 5 anni di carcere per aver accidentalmente ucciso la figlia neonata dopo averla sbatacchiata in preda alla rabbia per aver perso una partita alla playstation (esatto, 5 anni); una madre ha avvelenato la figlia facendole bere per sbaglio il metadone; John Venobles, che a 10 anni uccise per gioco un bambino di 3 dopo averlo rapito (ce la ricordiamo tutti la storia suppongo), è stato di nuovo arrestato dopo che lo hanno beccato a smerciare materiale pedopornografico. Cosa ci faceva in giro uno così? Chiedetelo a un ex giornalista del Financial Times che, cito, “uccidere a colpi di pietre un bimbo di tre anni sono cose che i ragazzini fanno”.
Poi uno si chiede com’è che nella terra di Shakespeare ci sia un tale grado di devastazione morale e di violenza.

Dopo un anno qui, io francamente non so se è meglio vivere in un paese così o in uno in cui il Presidente del Consiglio dice agli aquilani che finchè continueranno a chiedere giustizia per i propri morti non manderà più aiuti in città.
Quello che vi posso raccontare è che quando ho discusso dell’Inghilterra con i miei amici stranieri, la teoria della sezione greca del think tank è stata che gli inglesi non amano i loro figli. Poichè la sezione greca è rappresentata dal mio ragazzo, lì per lì mi sono sentita in diritto di piantare una scenata di mezz’ora sul fatto che va bene tutto, ma arrivare a dire che gli inglesi non hanno il gene dell’amore per i figli è una stronzata clamorosa.
Dopodichè, pochi giorni dopo, ho partecipato a una press trip come unica giornalista straniera in mezzo a un gruppo di inglesi. Ho conosciuto Robert, critico musicale per il Daily Express, orecchio e cervello affilati. Mentre discutevamo di teorie musicali varie, mi ha detto: “Il problema dell’Inghilterra è che la gente non ama i propri figli. Per questo voi avete del cibo buonissimo e un tessuto sociale che regge e noi abbiamo il rock’n’roll”.
Sarà come sarà, ho porto le mie scuse a chi di dovere e ho rispolverato la mia collezione di dischi dei Rolling Stones. Sarà come sarà, il premio di consolazione per un tessuto sociale inesistente, che nessuno ha mai nemmeno provato a tessere, è dal punto di vista estetico più che accettabile.

Caro lettore (ciao Enrico!)
con questo lunghissimo saggio sociologico chiudo la mia rubrica su Sheffield, sull’Inghilterra, sulla musica da pub.
Da Settembre sarà tutta un’altra storia perchè mi trasferisco in un altro Stato, in un altro continente, un po’ più vicino all’Europa: Londra.

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Twinning #7: un nuovo governo

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È passato un mese ormai, ma per celebrare il fatto che oggi la Regina si è finalmente vestita da Snoop Dog, piena di brillantame e pellicce per andare a leggere quattro frasi fatte in Parlamento davanti agli esseri più arroganti del mondo (non sto scherzando. I parlamentari inglesi fanno sembrare Cicchitto un umile agnellino) (solo più stronzo), la mia rubrica di questo mese consisterà nella traduzione fedele di un articolo scritto a proposito delle elezioni, in modo da dare una panoramica della politica inglese in generale e della crescita dei partiti di ultra destra in particolare.

(E va bene, sono piena di esami. Provateci voi a studiare senza una casa – affitto in scadenza – mentre lavorate e mentre la vostra vicina indiana medita 4 ore al giorno con musica sacra sparata nelle sue e vostre orecchie).

Comunque sia, ho scoperto che i vari British National Party and company non sono la Lega: la Lega sono i conservatori di Cameron, solo più simpatici, perchè per lo meno la base sono barotti tamarri e non laureati a Oxford con la porche. Gli ultrà di destra inglesi, quelli a destra della destra, sono razzisti e psicopatici seri – o presunti tali, come ho scritto nell’articolo. Mica odontoiatri come i nostri….

In tempi di crisi, il buono senso lascia posto alla paranoia e alla ricerca di una fede assoluta. La fede assoluta può andare verso Dio, verso sinistra o verso destra. La generazione scorsa era per il sogno Comunista. Esclusi, ovviamente, quelli che vivevano in un paese effettivamente comunista.
La nostra generazione tende molto più verso destra – un altro segno, insieme alla musica e al livello scolastico, che l’umanità sta colando a picco. L’estrema destra è affascinante perchè è sul filo della legalità. La sinistra può parlare tranquillamente di rivoluzione, marxismo e del sogno internazionalista. I neo-nazi, al contrario, devono stare molto attenti a nascondere valori quali il razzismo, la xenofobia, l’omofobia. Con l’eccezione dei membri del partito Conservtaore, naturalmente.

Prendete il BNP. Nel loro spot elettorale, viene ripetuto più e più volte che loro non odiano nessuno: è solo che amano gli inglesi di più. Non sono razzisti, semplicemente non sono politicamente corretti. Vogliono (e giuro che il virgolettato è fedele) “deportare tutti gli immigrati illegali, fermare la nuova immigrazione, rifiutare tutti i richiedenti asilo” e soprattutto “offrire fondi generosi alle persone con antenati stranieri che desiderano andarsene per sempre” [come se uno lo scegliesse di restare a Manchester invece che su una spiaggia del Marocco, poveri stronzi – aggiungo per l’edizione italiana] Ma non è perchè li odiano, gli immigrati: è che hanno paura. Il grande problema dell’Inghilterra è quello della colonizzazione degli “inglesi indigeni”. Non sono razzisti, è che hanno visto troppe volte Pocahontas.

Poi c’è l’UKIP. Prima vogliono lasciare l’Unione Europea. Poi vogliono costruire un deterrente nucleare contro il nemico. Poi vogliono diventare fenomeni da Youtube, sulla linea del panda che rutta. Nigel Farage, che oltre a essere il capo è anche membro del Parlamento Europeo, ce l’ha quasi fatta dopo aver insultato il Presidente Europeo Herman Van Rompoy con frasi celebri quali “hai il carisma di uno straccio bagnato” e “ha l’aspetto di un impiegato di banca di basso rango”. Poi, ricordiamoci, il Belgio è un “non-paese”, dice l’uomo che vive nello Stato con almeno 5 bandiere diverse [quella che noi chiamiamo la bandiera inglese, la Union Jack, è la bandiera del Regno Unito. Poi c’è la bandiera d’Inghilterra. Poi la bandiera gallese. Poi quella scozzese. Poi quella dell’Irlanda del Nord. Poi un’altra che non mi ricordo più, nda. E non sono un’allegra comunità di popoli: si odiano!].

A proposito di bandiere, gli English Democrats sono anche parecchio interessanti. Usano le stesse maestrie retoriche del BNP: non è che odiano il resto del Regno Unito – è che amano di più l’Inghilterra. Vogliono un Parlamento Inglese con la Bandiera Inglese alle finestre al posto della Union Jack. Fondamentalmente, vogliono dei Mondiali perenni [L’Inghilterra partecipa ai Mondiali di calcio come Inghilterra, per l’appunto, senza scozzesi o gallesi. Quindi invece della bandiera blu rossa e bianca hanno una roba sfigatissima bianca con una croce rossa sopra, una cosa a metà tra una presa per il culo della svastica e una presa per il culo della Croce Rossa, nda] Dopotutto, come dice il loro spot elettorale, l’Inghilterra ha dato al mondo i Beatles e Benny Hill. Il Paese merita più credito.

Ultimo ma non per questo meno importante, il Partito Cristiano. Anche loro per niente razzisti. Anzi, hanno pure un tizio nero sulla home page del sito. Non formano alleanze con gli altri partiti perchè (e cito) “Gesù disse che non possiamo occuparci d’altro che di Lui. Sfortunatamente, i partiti politici inglesi hanno ignorato questa verità di base”. A quanto pare Gesù disse anche che pagare un’assicurazione sanitaria dovrebbe essere obbligatoria per l’ottenimento di un permesso di soggiorno e che si dovrebbe abolire la tassa di successione.

Tutto questo può sembrare orribile alle menti ipocrite e piccolo borghesi che votano laburista o conservatore o per i liberal-democratico. Ma la democrazia è basata sulla libertà di parola, e poichè tutti questi partitelli non hanno praticamente nessuno spazio in tv o in radio o nei quotidiani nazionali, ho deciso di scovare i neo-nazi e chiacchierarci un pochino, far sentire la loro voce.

Sfortunatamente, non è stato semplice come pensavo.
Ho iniziato – ovviamente – con il British National Party. Il BNP non parla con la stampa in generale e con i giornalisti “non indigeni” in particolare. Se la stampa vuole mettersi in contatto con loro, deve compilare un apposito modulo sul sito. E da quando Mark Collett, il loro candidato per Sheffield, è stato arrestato per (presunto) complotto per uccidere Nick Griffin [il capo del partito], ho pensato che sarebbe stato meglio non dargli alcun dato personale. Ho fatto finta di essere Silvia, un’attivista della Lega Nord in visita che voleva scoprire tutti i segreti della loro campagna elettorale. L’organizzatore del BNP per lo Yorkshire è stato gentilissimo, ha detto che mi avrebbero mandato via mail il calendario dettagliato degli eventi. Non ho ricevuto nulla.

Nell’attesa, ho contattato lo UKIP. O per lo meno ci ho provato: tra il 23 Aprile e il 1 Maggio ho fatto almeno due telefonate al giorno tutti i giorni, domeniche comprese. Mai una risposta.

Il Partito Cristiano, al contrario, ha risposto subito. Il problema è che Gesù gli deve aver detto anche che i giornalisti sono creature del Maligno; il che a dire il vero non è un punto campato per aria, quindi potrebbe essere anche comprensibile che non diano contatti dei candidati “per motivi di sicurezza”. Ho compilato il modulo apposito sul sito – ma nessuno ha risposto. E io, o meglio, Silvia, sono una Romana Cattolica originale! Cosa vogliono di più?

Ma gli English Democrats sono stati i peggiori in assoluto. Chiamo e parte un centralino super professionale che ha risposto al telefono e mi ha chiesto di rimanere in linea. Dopo 10 minuti di paziente attesa, mi sono resa conto che era una line a pagamento: 1.50 sterline al minuto [quasi due euro, bastardi!] Non scriverò ulteriori commenti a questo.

Non avendo ancora niente in mano, o provato a insistere con il BNP. Dopotutto sono loro quelli eletti al Parlamento Europeo, i pesci più grossi. Sono riuscita a recuperare il numero dei “Giovani BNP”: ma era solo una segreteria telefonica, ed era pure piena. Ed è rimasta piena una settimana intera.

E così la mia caccia ai nazi è finita prima ancora di cominciare, schiantata contro un muro di segreterie telefoniche e moduli da compilare. Abbastanza noiosa, a dire il vero. Quei pericolosi, aggressivi, violenti fanatici che vorrebbero trascinare l’Inghilterra in un incubo alla “V per Vendetta” non si sono mai fatti vedere. Al contrario, proprio i membri del BNP – gli unici con cui sono riuscita per lo meno a parlare – erano incredibilmente carini e gentili, dei nonnini burberi ma teneri. Dirgli che “avevo cose da imparare da loro” è stato abbastanza per scioglierli il cuore pieno di pregiudizi e farli diventare zuccherini, persino con una persona “non-indigena”. Dove sarebbe il nuovo Hitler, colui che sta incanalando le paure e le frustrazioni della nuova crisi mondiale in un esercito di maledetti?
Nel 2010 il sorgere degli estremismi non è nemmeno più pericoloso, solo ridicolo. Un’ennesima conferma della più universale delle leggi: la Storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia e dopo come farsa…

Twinning #6: Malcom McLaren

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Il periodo elettorale si è abbattuto sull’Inghilterra con una forza tzunamica che ha risucchiato qualunque altra notizia. Ci è voluto un vulcano che ha paralizzato completamente l’Europa per una settimana per parlare d’altro, e anche in questo caso il punto di vista da cui si è analizzata la notizia è stato che i figli del candidato liberal democratico Nick Clegg sono rimasti bloccati in Spagna dai nonni.

Quindi vorrei anche io dedicare questa mia rubrica a un personaggio della politica inglese a cui sono sempre stata molto affezionata: Malcom McLaren.

Malcom McLaren

Malcom McLaren non solo ha creato i Sex Pistols e quindi Anarchy in the UK, ma nel 1999 si candidò a sindaco di Londra, con un programma di una pragmaticità incontestabile: legalizzare i bordelli; introdurre pub nelle biblioteche; rimettere i tram a Londra; assumere gli homeless come venditori di biglietti di una nuova lotteria i cui fondi sarebbero andatti interamente alla costruzione di nuove case; finanziare largamente i corsi di istruzione per adulti.
Prese il 6%, e si incazzò pure perchè pensava di vincere. In effetti, un pub dentro una biblioteca sarebbe valso più di mille campagne di pubblicità progresso cretine sul non abbandonare gli studi.

I personaggi come Malcom McLaren vengono spesso disprezzati per la loro carica di finto ribellismo, superficialità, nichilismo e infantilismo. Malcom McLaren era tutte queste cose, e probabilmente molto peggio. L’ex fidanzata storica Vivienne Westwood, la vera Regina d’Inghilterra, non ha trovato di meglio da dire su di lui che “quando ero giovane e innamorata perchè pensavo fosse molto bello, e lo penso ancora”. Il figlio che hanno avuto insieme, Joseph Corre (fondatore della linea di biancheria intima sexy Argent Provocateur), ha commosso il mondo definendo il padre un “original punk rocker”. Del resto solo pochi mesi fa Malcom McLaren aveva candidamente ammesso in un’intervista di non provare affetto per nessuno, e che questa cosa forse aveva influenzato suo figlio.

Qualunque fossero nella realtà le dinamiche famigliari, non c’è nulla in Malcom McLaren che non fosse studiato a tavolino per attrarre l’attenzione dei media. Dal chiamare il suo (e di Vivienne) negozio di vestiti a Londra “Sex” al racconto della nonna che lo ha cresciuto e che gli diceva sempre che “Being bad is good and being good is just boring”, non c’è assolutamente nulla di genuino nel suo personaggio pubblico. Era un genio della comunicazione contemporanea. Quando nel 1977 organizzò un concerto sul Tamigi davanti al Parlamento solo per far suonare Anarchy in the UK ai Sex Pistol e finendo con il far arrestare tutti quanti, lo fece solo per divertirsi. Nemmeno per diventare famosi: proprio solo per divertirsi.

È meglio essere candidamente superficiali che falsamente profondi, e a tutti quegli intellettuali del 2010 che hanno riempito i suoi necrologi parlando del suo essere rivoluzionario Malcom McLaren gli avrebbe pisciato addosso.
La sua vita è stata un’opera d’arte, ed è proprio questo che alla fine della fiera lo ha reso più sincero di qualunque altra celebrità di questo pianeta, soprattutto di qualunque politico. Viveva quello che professava, e l’imbarazzo nel trovare qualcosa di carino da dire su di lui ne è stata la prova migliore.
In ogni caso, possedeva tre qualità che mancano completamente nei candidati di adesso: cultura, stile e la capacità di non prendersi sul serio.
Era uno che si è preso il lusso di vivere come gli veniva, celebrando i fallimenti e divertendosi un mondo. Essere stato cacciato da una dozzina di istituti d’arte in Inghilterra, tra cui uno che aveva cercato di trasferirlo in un istituto psichiatrico, gli aveva aperto gli occhi sul valore delle istituzioni inglesi.

Il corteo per le strade di Camden Town a Londra per onorare la memoria Malcom McLaren. Un calesse nero con 4 cavalli neri e i pennacchi come carro funebre

È un peccato che la sua morte sia capitata proprio tra il casino del vulcano e le elezioni imminenti, oscurando l’evento. Ma nonostante la scarsa copertura della stampa, il suo funerale è stato meraviglioso: un corteo per le strade di Camden composto da un taxi con la ghirlanda di fiori che formava la scritta “Cash from Chaos”, seguito da un vero carro funebre, un calesse nero con 4 cavalli neri e i pennacchi neri che portavano una teca trasparente che conteneva la bara su cui era attaccata la scritta “Too fast to lie too young to die”; poi delle limousine nere con i vetri oscurati, poi un pullman a due piani dipinto di nero con direzione “NOWHERE” e che portava il cartello “Malcolm was here”, poi un sacco di gente, la musica sparata a palla, giovani che distribuivano volantini in giro. Niente abiti neri ma un sacco di punk pieni di birra che ballavano. Una scenografia meravigliosa, probabilmente studiata per mesi. E Vivienne Westwood era bellissima.

Se adesso si va su http://www.malcolmmclaren.com, si può leggere solo che “Malcolm will return shortly”. Ed è vero: Malcolm McLaren era un’idea, uno stile di vita, un’icona. Come si sa, e come lui sapeva benissimo, le persone passano ma le idee restano. E anche se la sua idea era semplicemente vestirsi bene ed essere arrogantemente irriverenti chissenefrega: alla fine, ci fossero più idee come lui e meno persone come Jeffrey Skilling (vedi: Enron) il mondo sarebbe un posto migliore.

Twinning #5: Bad Lieutenant

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La scorsa settimana si è avverato il sogno che inseguivo dalla prima volta che ho visto Ritorno al Futuro: ho fatto un viaggio nel tempo. Non avevo una DeLorean, ma un biglietto per recensire tali Bad Leutenant per il giornalino dell’università. Del gruppo sapevo solo che si sono formati nel 2007, e non avevo avuto nemmeno il tempo di guardare su myspace prima di arrivare al locale, il Ledmill, un locus amenus sheffieldiano che ogni sera ospita una o più risse. Ovviamente il nostro nome non figurava tra gli accrediti.
Non sarebbe stato un problema in altre circostanze, ma il posto è famoso per la civiltà dei suoi gestori. Al quinto vaffanculo che mi piglio mi ricordo che non pagano, che non ho idea di chi siano ‘sti quattro sfigati che suonano e che a due isolati c’è un bar con un paghi uno bevi 4 sulle birre. Però il mio +1 insiste che i biglietti sarebbero costati 20 sterline a pagarli, quindi entrarci gratis ha un suo valore. Torno alla carica un’ultima volta, sperando di non finire con il cappotto nuovo sporco di sangue; alla fine il manager del gruppo arriva e si scusa, dicendo che il nostro nome era sulla sua lista e non quella del locale. Io non lo cago nemmeno di striscio e finalmente entro, con l’agognato stampino sulla mano.

Bad Lieutenant

Andando per i 27 e trovandomi in una città composta di universitari adolescenti, capita spesso che io sia di gran lunga la più vecchia del locale. Il che, dopo le prime tre volte in cui ti senti ggiovane, fa scattare un orologio biologico interno che ti ricorda in quale vecchia capra tu ti sia trasformata. Per questo resto molto sorpresa dal pubblico, composto interamente da quarantenni new wave con un taglio di capelli stile Take That dei tempi d’oro, orecchino e chiodo di rito, capelli bianchi e pancetta da birra. L’atmosfera è elettrica. C’è chi saltella, chi batte le mani, chi controlla che la macchina fotografica funzioni bene, chi fugge di corsa al bagno (si sa, a una certa età la prostata), chi litiga per la prima fila. Io e il mio amico Alessandro ci guardiamo stupefatti: ma chi sono questi Bad Lieutenant che suonano da meno di tre anni e che trascinano un’orda di quarantenni isterici e disposti a pagare 20 sterline? Sale sul palco il primo membro, ha sì e no 30 anni. Sale un altro: giovane pure lui. Sale il batterista, dell’età del suo pubblico: e la folla inizia ad urlare. Poi sale il cantante, e il locale viene giù di applausi. Se il detto dice che chi si trova sul palco deve essere sempre vestito meglio del pubblico, in questo caso il frontman è più anni ‘80 di tutti i suoi fan messi insieme. Capello lungo sopra e corto sotto, ciuffetto, chiodo, anello all’orecchio, dito alzato verso il cielo. Bellissima voce, musica che è puro distillato dei tempi in cui Margaret Thacher regnava sull’ex impero. Tecnicamente sono bravissimi, eccezionali. E la musica è davvero di un’altra epoca, priva di novità. Chissà che storia ha il cantante, penso. Il che, svelato l’arcano, suona parecchio ironico. Suonano sei o sette canzoni che io e Alessandro teniamo di sottofondo mentre andiamo e veniamo dal bar, attirandoci gli sguardi di disprezzo dei fan.
Il frontman è pure simpatico, parla un sacco con il pubblico e continua a dire che tra un po’ arriveranno le canzoni a richiesta, quando la musica si fa seria. Cosa voglia dire con questa frase, che suona abbastanza degradante per quello che sta suonando adesso, lo scopro alcuni minuti dopo. Intona una cover rock di Out of Control dei Chemical Brothers, e la voce è identica. E lui, infatti, è Bernard Sumner. Ex Joy Division, ex New Order, Bernard Sumner è uno dei guru della New Wave britannica e a 54 anni è un mito assoluto, un idolo supremo per chiunque ami l’electro-pop. Ecco, che storia ha. A conferma di questa epifania, chiuso con Out of Control attacca Temptation. Avete presente? “Up down turn around, please don’t let me hit the ground…”A questo punto mi lancio in mezzo ai quarantenni, pentita di non aver cotonato i capelli e di non avere nemmeno i leggins addosso, e inizio a urlare più forte di chiunque altro. Temptation live!! E chi l’avrebbe mai pensato a Sheffield nel 2010? Io ho una mia teoria sul tempo: non esiste nessuna linea, solo una serie di strati che si accavallano. Quella sera ci siamo trovati tutti in un periodo compreso tra il 1980 e il 1989, quando Kurt Cobain era solo un liceale e c’era ancora spazio per il romanticismo. Intendiamoci, io amo i Nirvana, e adoro Ian Curtis; ma arrivare a 54 anni e avere ancora la grinta dei 20, continuare a fare la musica che piace anche se il pubblico si riduce da 1000 a 100 invece di suicidarsi, e chiedere ai fan quale tra le canzoni che han segnato un’epoca vogliano sentire, beh questa è classe. Il regalo finale è stato Love will tear us apart, che mai e poi mai avrei pensato di poter ascoltare direttamente da chi ha contribuito a scriverla. E’ proprio vero che non sai mai cosa ti può capitare, quando vai a un concerto alla cieca. E soprattutto, ero sulla lista degli invitati del manager di Bernard Sumner…scusate se è poco.

Twinning #4: The Fallen Trees

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Che i critici in generale, e i critici musicali in particolare, siano degli idioti incompetenti è cosa nota. Ma siccome con questa rubrica mi sono in qualche modo infilata nella categoria, non ho ancora capito bene come, è giusto che argomenti questa affermazione con un esempio.
L’altra sera mi trovavo al Cremorne, un pub in London Road che mi rende nostalgica perchè sembra Giancarlo: il bar strabocca di gente, i concerti si tengono in un angolo della stanza, c’è un dehor esterno in cui tutti si rifugiano per fumare di tutto. Manca solo il fiume, cosa che ha costretto i proprietari a munirsi di bagni. A questo proposito, è giusto che io apra una parentesi per raccontare una storia di ordinario orrore inglese, a beneficio antropologico dei miei lettori. Il mio ragazzo greco entra nel bagno maschile e ne esce livido. Ora, i greci sono un popolo di pulitini: per dire, prima delle battaglie contro i persiani, Leonida&Co. erano soliti lavarsi e pettinarsi barba e capelli al fiume, per spaventare il nemico col sapone. Gli inglesi di contro hanno fatto della sporcizia uno stile e io, che in questo sono inglese nel cuore, di solito non do troppa importanza alle smorfie di orrore della mia dolce metà. In questo caso però, devo ammettere che anche un uomo di Neanderthal sarebbe rimasto scioccato. Premessa per le femmine: nei bagni dei maschi a volte non ci sono i singoli orinatoi, ma un fosso su un lato del bagno stile ruscelletto, con acqua e disinfettante che scorrono perenni a pulire la pipì collettiva. I ragazzi si mettono in fila sul bordo e la fanno dentro tutti insieme. A quanto pare, mentre per noi è d’obbligo andare in bagno a coppie di due o di quattro, per un uomo è importante pisciare in mezzo agli estranei. Piccole affascinanti differenze di genere. Comunque sia, il mio ragazzo ha assistito alla seguente scena: un gentleman inglese entra nel bagno con il suo bicchiere di birra in mano, si infila tra due signori, posa la birra sul ciglio del ruscello in mezzo agli schizzi, si unisce al gruppo. Terminata l’operazone si china, raccoglie il bicchiere come se niente fosse, e se ne va via sorseggiando.
Ecco, se vi facevano schifo quelli che pisciavano nel Po, adesso dovrete ricredervi.

The Cremorne

L’evento è un ottimo preludio alla serata. Sono qui per assistere al concertino di amici degli amici, un gruppo glam-rock vestito alla marinara la cui cantante è carina e dai capelli rossi, ma canta come un gatto in un canile. Abbandono a metà il bicchiere di vino (il vino qui fa schifo naturalmente, ma per ovvi motivi non potevo più ordinare una birra), conscia del fatto che avrò bisogno di un perfetto controllo di tutti i muscoli facciali per complimentarmi con gli amici degli amici a fine serata.
Per mantenere un filo di conduzione preciso, al cacofonissimo gruppo glam rock fa da spalla uno stonatissimo duetto hard-rock a metà tra heavy metal e punk. Sia il cantante-chitarrista che il batterista fanno a gara a chi urla di più, impegnandosi visibilmente, con il risultato di un adolescente che salta ubriaco sul divano canticchiando i Nickelback. Più che l’anima, questi due smuovono i nervi del pubblico, e parecchio. A fine concerto, raccolti tre imbarazzanti battiti di mano, la fidanzata groupie si mette a distribuire un EP rigorosamente autoprodotto. Non so per quale strano caso del destino, me ne arriva uno in mano. Non lo abbandono su un tavolino solo perchè la fidanzata groupie mi sta guardando e non voglio essere scortese. Poi guardo il cd: sulla copertina c’è una bellissima foto, quasi astratta, di rami d’albero contro il Sole, e il nome del gruppo: Fallen Trees. È un piccolo EP veramente ben fatto, e com’è come non è quando arrivo a casa lo metto su. Nulla, ma proprio nulla, del rumore che ho ascoltato al pub esce dalle mie casse. Al contrario, una voce roca e dolce mi culla nella foresta insieme ad un pianoforte e a una chitarra, melancolica ma non depressa. Non sono i Radiohead, per carità, ma non cercano nemmeno di imitarli. E se non originalissimi nel sound, hanno decisamente un’impronta personale molto accattivante. Insomma, non sono il tipo di gruppo che piscia accanto alla bottiglia di birra. Come sia possibile che al Cremorne sembrassero così imbarazzanti non riesco bene a spiegarmelo; sicuramente l’acustica era pessima e gli arrangiamenti troppo urlati, ma fondamentalmente, sono io che sono una capra (che suona meglio di idiota incompetente). Lo confesso hic et nunc.

Ed eccoli qui:
http://www.myspace.com/fallentreesband

PS: Per amore della verità, dopo i Fallen Trees ho anche riascoltato gli amici degli amici, aka Glistening Pelts. Anche loro, su Myspace, non suonano malaccio, ma stranamente la voce femminile è scomparsa…
http://www.myspace.com/glisteningpelt

Twinning #3: Marta and the collective group

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C’è un terribile virus che si aggira per Sheffield, e con occhi stranieri è difficile capire cosa stia succedendo. È sabato sera, la città è deserta. Deserta e bianca, ha nevicato molto. Ma questo non ha mai fermato gli sheffieldiani: fanciulle in mutande e tacchi a spillo (la gonna c’è, ma si è arrotolata sui fianchi mentre bevevano), ragazzi che colorano di allegri ruscelli di piscio la strada, band che suonano in modo da farsi sentire perfettamente anche dalla strada, buttafuori che si pestano tra di loro, flirt con la scusa dell’accendino, balli improvvisati sui bordi dei marciapiedi, pompini fugaci nei vicoli, urla di ogni genere. O per lo meno questa è West Street, la strada working class, anche quando nevica. Ma questa sera, al posto di un casino che passa anche attraverso il walkman, tutto tace. I locali sono chiusi o mezzo vuoti e con le luci basse. Nessuno in giro. Niente nugoli di adolescenti vestiti a festa, niente ragazze nude, niente ubriaconi che attaccano rissa.
Faccio un giro su Division Street, parallela di West Street e suo omologo upper middle. La stessa birra la paghi 3 sterline invece di 50 pence, ma te la servono senza insetti morti dentro. C’è un motivo se gli inglesi si sono trovati così bene in India: avete presente il sistema di caste rigide? Ecco, li faceva sentire a casa. Il problema delle diseguaglianze sociali è uno dei più gravi nel Regno Unito: sono a comparto stagno (e stagnante) dalla nascita alla culla. O vai su Division Street, o vai su West Street. Non possono coesistere le due cose, se sei inglese. Su Division Street la gente sembra uscita da un catalogo di Paul Smith o di Vivienne Westwood; le band suonano un indie rock dalle sfumature elettroniche e con un occhio al folk americano de la rive gauche; tutti fumano le canne fuori dai locali ma nessuno urla, perchè sono sì ubriachi, ma gli viene la ciucca triste dell’ intellettuale.
Comunque sia, anche Division Street è buia e immobile. Perfino i lampioni non emettono che una luce fievolissima.

I Book Club

Provo l’ultima spiaggia per incontrare qualche anima viva: l’università, che ospita una taverna, un bar, un club e una vera e propria discoteca (gli studenti sono un ottimo mercato). Di solito la musica si sente da tre o quattro isolati di distanza, ed è per questo che solo le matricole vivono nella zona. Tutto tace. Sembra l’inizio di 28 giorni dopo, con Cillian Murphy che si aggira per Picadilly Circus senza un’anima viva intorno. Cammino fino all’entrata della Student Union, con addosso il brividio di essere l’unica persona viva in città… ma non è un film dell’orrore. È che non avevo pensato agli esami in arrivo. “Good luck with your exams” recita uno striscione che occupa tutta la parete principale. “Good luck with your exams” c’è scritto sulla porta dell’Harley, il miglior bar della città. Messo il glorioso acciaio alle spalle, ora tutta l’economia cittadina ruota intorno all’università. In periodo di esami, la città si spegne. Niente locali, niente distrazioni. Niente feste, niente concerti. Gli unici posti pieni di vita sono le biblioteche e le sale studio. Insomma, purtroppo, la mia ricerca di un buon gruppo inglese da proporre per questo mese è stata disastrosa. Ma ricordo volentieri i tempi d’oro per parlarvi di un concerto che ho visto al mio secondo giorno in città, durante quella che si chiama freshers’ week, la settimana delle matricole, in cui l’università stessa organizza gare di bevute, concerti, serate in discoteca, orge saffiche sotto le mentite spoglie di lezioni di burlesque per far conoscere i nuovi studenti tra di loro. Il mio primo concerto di Sheffield è stato quello del signor Joe Carnall, con il suo gruppo Joe Carnall & The Book Club. Non sono immensi ma sono l’epitome dell’inglesità, un po’ depressi ma molto energetici, very very Sheffield e tecnicamente impeccabili. Joe Carnall è una starlette locale: 3 anni fa, con i Milburn, aveva toccato il 22° posto nella UK chart e pubblicato due album con la Mercury Records, una branca indie della Universal. Poi la band si è sciolta e lui si è dedicato al Book Club. Corre voce che abbia rinunciato ad un master ad Oxford per portare avanti il nuovo gruppo. Francamente, non sono sicura che valgano un master ad Oxford (tenete presente il classismo inglese: Radiohead, Oxford. Tony Blair, Oxford. C’è un motivo); ma potrebbero valere un master a Sheffield, se giocano bene le loro carte. E ora scusate, ma torno a studiare.

Ed eccoli qui:
http://www.myspace.com/thebookclubofficial