Archivi categoria: Journey to the West Coast

Day 9 – SE PAUL SIMONON TE LA CHIEDE, TU GLIELA DAI.

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Per il resto del soggiorno a San Francisco Anita diventa la mia guida, spirituale e fisica, e la mia amichetta di sbronze. Non ha più nessuno a Manhattan perchè in realtà non ci mette piede da 25 anni (però ammettiamolo, fa sempre più figo dire che si è di Manhattan). Si era trasferita con il marito a San Francisco perchè entrambi suonavano in un gruppo e seguivano in giro la scena musicale. Avevano poi messo la testa a posto a Berkeley, dove aveva vissuto fino a 4 anni prima. Poi il marito era morto di cancro, e lei aveva venduto tutto per ricominciare da capo. E così eccola lì, 55 anni (ne dimostrava a mala pena 40) a vivere in giro per ostelli a San Francisco, lavorando come giardiniere, dog sitter e house sitter. Tutta la sua roba era sparsa tra diversi amici, tra cui il suo computer che si chiamava Nuvola. Una collezione di migliaia di vinili in giro per cantine in tutta la west coast. Ma un giorno, quando si sarebbe di nuovo sistemata, avrebbe recuperato tutto. Però New York ancora le mancava, era un bel giro quello che aveva là: era amica di Andy Warhol e Lou Reed (più di Lou che di Andy, che era uno stronzo), cantava con Nico e quando I Clash erano venuti in tournee in America non riusciva a scollarsi di dosso Paul Simonon, che ci provava come una sanguisuga tutte le volte che la vedeva. Non si direbbe, diceva lei (ma francamente è la parte più credibile della storia) ma da giovane faceva una modella. Però con Paul Simonon non c’era mai stata: aveva incontrato suo marito a 13 anni, Philippe, e non l’aveva mai più lasciato. Non aveva mai provato nemmeno desiderio per un altro uomo, Philippe era Philippe. E tra una festa a Los Angeles e l’altra avevano trovato il tempo per fare 5 figli. Hanno un ottimo rapporto con la madre ma vivono tutti in Europa, ciascuno in uno Stato diverso, perchè odiano gli Stati Uniti.

Invece Anita li adora, soprattutto San Francisco, mi ha portato in posti incredibili e mi sono divertita molto con lei. Certo, era dura filtrare tutto quello che diceva, anche perchè non stava zitta un secondo. E in realtà crederei a tutto quello che mi ha raccontato, non fosse per un piccolo particolare: Paul Simonon. Paul Simonon adesso, ma ancora di più da giovane, ai tempi dei Clash. Insomma, se Paul Simonon te la chiede tu gliela dai. Punto. Non raccontiamo balle.

 

 

Day 8 – Propeller hats

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Io odio Matteo. Ma siccome la mia idea di back up career è diventare la sua assistente personale, e per festeggiare il fatto di aver vinto il concorso, lasciata l’Università decido di fare una passeggiata e andare a prendergli I suoi adorati propeller hats: delle mostruosità colorate a spicchi arcobaleno con in cima un’elica attaccata. Ne vuole uno con il brontosauro blu e l’elica rossa e un altro con l’elica verde e l’animale a mio gusto, tranne che per il maiale o il computer che non gli piacciono.

Mi metto in cammino, la borsa piena di libri e di opuscoli che contengono come uno scrigno un’ipotetico futuro alla Federico Rampini (uno dei pochi italiani che abbiamo studiato giornalismo a Berkeley). Devo percorrere tutta Sacramento, girare a destra in California e poi di nuovo a destra per la mitica Wosley str, 1600, che ospita la fabbrica dei Propeller Hats. Sembra facile, una passeggiatina da farsi prima di pranzo. 50 minuti dopo, una fame e una sete mai provate prima, ma soprattutto un male alle gambe e alla schiena da togliere il fiato (il mio osteopata mi ucciderà, ma dovrà farlo in galera perchè io avrò già ucciso Matteo) riesco finalmente a raggiungere Wosley st. E’ una via residenziale, di quelle formate da cassette a schiera e senza un bar, un supermercato, un qualsiasi luogo pubblico. E soprattutto, visto che sono le 2 e si muore di caldo, non un’anima in giro. Non sembra il posto dove qualcuno aprirebbe un negozio. Arrivo al numero 1600. E inizio a piangere. 1600 Wosley st è una casa abbandonata. L’intonaco è scrostato, I vetri affumicati, l’erba del giardino mi arriva al naso. Sulla porta ci sono parecchi adesivi che recitano “Nobody for President in 1984”. Mi accascio sulla borsa, tirando su con il naso. I piedi mi fanno malissimo, ormai zoppico. Il mal di schiena si sta trasformando nel proverbiale mal di testa e non ho le medicine con me. Sono in ritardissimo per vedere il Moma a San Francisco. Non bevo e non mangio nulla da più di 5 ore. E tutto questo per trovarmi in un indirizzo sbagliato. Colmo dei colmi, non ho con me la macchina fotografica. Le foto di una catapecchia del genere sarebbero state grandiose. Mentre penso a come riuscire a trascinarmi fuori dal quartiere, noto un’ombra dietro le finestre. Un animale selvatico, una persona? Il maniaco omicida che farebbe così pendant con la casa? “C’è qualcuno” urlo disperata alla finestra, troppo stanca per alzarmi in piedi.

E poi esce.

Non è un animale selvatico ne’ un maniaco omicida ne’ l’incaricato alle demolizioni. E’ un hippie. Un autentico hippie di Berkeley, dove gli hippie sono nati con il Vietnam e le proteste universitarie, l’alverare madre di una cultura espansa in tutto il mondo e che adesso versa nelle stesse condizioni di quella casa. Ma tant’è. That’s America baby, e qui tutto resiste con più forza.

L’Hippie indossa jeans strappati, sandali da carmelitano e maglietta psichedelica dei Greatful Dead. L’età è proprio quella giusta, le linee grigie della barba lunga fino allo sterno sono più eloquenti delle venature dei tronchi d’albero. I capelli sono della stessa lunghezza e dello stesso colore. La pelle abbronzatissima, perchè un hippie non è a suo agio all’ombra di un edificio ovviamente. Cazzo, la macchina fotografica….

Ho davanti a me un chiaro pezzo della storia con cui sono cresciuta, e mi sento davvero in imbarazzo a chiedergli dove posso trovare la fabbrica (o il negozio) dei cappellini con l’elica). Gli chied scusa, devo avere avuto l’indirizzo sbagliato. L’hippie però non si agita (del resto, è un hippie. E’ tutto cosmicamente valido, anche le richieste più assurde). “You’re in the right place – risponde – c’mon in, it’s all here”. Io sbarro gli occhi, mi faccio largo tra l’erba del giardino, e lo raggiungo nel garage. Non ho paura per un attimo intanto perchè gli hippie sono buoni come il pane e non bisogna averne paura, e poi perchè la porta è aperta e si intravedono subito I cappellini, coloratissimi e allegri. Entro nel paese delle meraviglie. Il negozio per bambini che mi aspettavo è una piccola rimessa pieno di cappelli fino alle pareti. L’hippie mi spiega che fa tutto da lui nel laboratorio, assembla il cappello con l’animaletto, l’elica e le perline. Poi vende in tutto il mondo. Il materiale, ci tiene a precisare, è rigorosamente made in USA: I cappelli da New York, gli animali dalla Pennsylvania (mi sembra) e la stellina e le perline da qualche altra parte. Nessuna manina cinese di 7 anni coinvolta nel processo. So che Matteo rimarrà deluso per questa informazione, ma io per questo scatto etico di una microindustria che è anche multinazionale (non vende quasi più niente in Italia, mi racconta, in compenso si è allargato molto sul mercato asiatico) gli compro ben 3 cappelli. Un po’ perchè quel tizio mi piace. Un po’ perchè in Italia dovrei andare fino a Lucca per trovare un propeller hats; un po’ perchè mi regala una stellina, una giraffa e una rana dalla sua collezione di animali da assemblare. Un po’ perchè in preda ad un raptus mi autoregalo anche un’aquila Americana mentre lui traffica con le confezioni nell’altra stanza (non volevo rubare, tanto meno ad un hippie. Ma ho visto l’aquila solo dopo aver adottato la rana e la giraffa, e come potevo abbandonarne una???). Un po’ perchè mi ha invitato a sentirlo suonare il corno nel pomeriggio a San Francisco. Ma soprattutto, perchè mi ha detto che nel caso mi accettassero a Berkeley e io avessi bisogno di un lavoro gli farebbe piacere che lavorassi per lui. Avrebbe davvero bisogno che qualcuno lo aiutasse ad assemblare cappellini.

E così ragazzi, ho trovato il posto della mia vita. Roba da mollare l’università per un lavoro del genere, non fosse legato all’essere accettata ad una delle università più prestigiose del mondo. 

Anita&Amber parte seconda

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Dopo l’internet point e dopo il giardino recintato in mezzo al quartiere più disastrato di San Francisco, finiamo per passare la giornata insieme. Io l’Australiana con due palled a canguro e Anita, la donna del mistero. Che ci porta a bere delle birre squisite accanto a City Lights, la libreria fondata da Lawrence Ferlinghetti, a mangiare la pizza più buona del mondo a little Italy (il mio orgoglio di vera italiana piange, ma è la verità. E il posto si chiamava “Golden boy pizza”, che alla luce del video di Moby mi sembra un segno del destino) e le caramelle di caramello in una pasticceria fondata da Woodrow Wonka, cugino Americano dell’inglese Willy. Come prima giornata a San Fran, niente male.

La mattina dopo Amber è partita per sempre. Sono riuscita a mugularle un ciao di sfuggita, e non l’ho mai più vista ne’ sentita. Il giorno dopo ho controllato la mail, il mi amico non poteva ospitarla ma le dava qualche consiglio su posti carini a Brooklyn. Mentre scrivo, deve essere da qualche parte in Argentina. Spero che abbia incontrato un’Anita anche lì.

 

WE ARE THE CHAMPIONS, MY FRIENDS

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http://www.vimeo.com/oohyeah

Grande performance del signor Matteo Bernardini.

(L’ho sempre detto che c’è un’aurea positiva su Moby e che ascoltarlo fa bene al cuore e al karma) (qualche maligno potrà aggiungere che fa meglio al cuore e al karma che alle orecchie. Beh, rispolveratevi PLAY e soprattutto ANIMAL RIGHTS, brutte teste di cazzo).

God bless New York City.

Day 7 – Amber&Anita

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La donna nera mi accoglie con un fragoroso Hello e poi mi chiede il suo nome. Presentazioni di rito: Marta from Italy. Amber from Australia (svanito tutto il fascino esotico della ragazzina in lacrime, sigh). Anita from Manhattan. Manhattan, attenzione, non New York. La conversazione finisce lì, grazie a Dio. Non ho la forza di pensare, figuriamoci di parlare. Mentre rifaccio il mio letto, e mentre mi rendo conto che le lenzuola per cui ho pagato un supplemento sono macchiate, senza peraltro provare moti di sorpresa,  ascolto in sottofondo il drama della ragazzina. Parte domattina per NYC. E non ha un posto dove andare, tutti gli ostelli e tutti I cheap hotels sono esauriti. Ha un altro volo la settimana successive per Washington, e non può spostare i voli. Sì, ma dico, ma papà ti manda sola? Come si fa ad essere così ingenui da pensare di poter prenotare da un giorno all’altro per NYC ad Agosto? Penso mentre mi accorgo che le lenzuola sono anche piene di pallini bianchi di cui decido di non sapere la provenienza. In cima alla lista di cose da fare, comprare un pigiama a maniche lunghe. L’idea delle mie gambe scoperte che dormono lì mi procura dolore fisico.

Poi, non so esattamente cosa mi sia preso. Sarà che paese che vai usanze che trovi, e penso al conduttore del pullman che non mi ha fatto pagare il biglietto perchè mi ha visto sperduta, ingenua e carica di bagagli. Così mi giro verso la ragazzina e le faccio “Senti, se il tuo problema è trovare un posto a New York, io ho un amico là. Cioè, non è proprio un mio amico, è un regista che ho intervistato a Torino un po’ di volte e che è un tipo stra a posto [nonchè molto bravo nel suo lavoro, nda]. Non ho il suo numero di telefono ma ho la sua mail…insomma, se ti va possiamo provare. Magari conosce qualcuno che può ospitarti o affittarti una stanza”. Anita salta su e inizia a urlare contenta. “Seeee??? We got to keep it pooooositive girrrrlllll!!!!!!”. Solo molto più in là nel pomeriggio mi sono chiesta come mai, se Anita era davvero di Manhattan, non avesse lei qualche amico a cui raccomandare Amber.

Fatto sta che andiamo tutte e tre in pellegrinaggio verso un internet caffee. Scopro che Amber ha 21 anni, si è appena laureata in biologia e ha avuto il cancro al pancreas. Sta facendo un viaggio di due mesi tra USA, Mexico, Cuba e Argentina. E’ fidanzata e ha una sorellina adorabile. Aveva prenotato un ostello a NYC, ma proprio quella mattina, il giorno prima della sua partenza, si erano resi conto di essere andati in overbooking e così le avevano gentilmente detto di pigliarsela in quell posto per i primi 4 giorni di prenotazione.  Improvvisamente il mio viaggetto per gli States mi sembra banale e noiosa, io mi sento banale e noiosa, ma soprattutto le lenzuola dello European Hostel non mi sembrano più così sporche.

(Come non mi sembreranno così male, successivamente, nell’ordine:

-la chiave della stanza rotta

– l’assenza di acqua calda

– I rubinetti che perdono. Tutti!

– L’assenza di carta igienica

– La presenza di 3 cessi per 80 ospiti

– La cucina attrezzata con una sola tazza di thè, due sole forchette di plastica e nessuna padella per 80 ospiti

– Una perdita nelle tubature per cui gocciola al centro della cucina, che poi è anche la stanza della tv. Ho visto la cerimonia di apertura delle Olimpiadi attraverso una piccola cascata. In compenso c’era gente da tutto il mondo ed è stato carino, anche se sorprendentemente abbiamo dovuto tutti ammettere che gli Americani fossero in effetti I meglio vestiti)

Scriviamo al mio amico regista e poi ne approfitto per dare una sbirciatina alle mail. Amber e Anita mi aspettano perchè Anita vuole portarci a vedere il giardino in cui lavora. E così sono loro due le prime persone a cui do la Grande Notizia:

Day 7 – Right next door to hell

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Dopo una notte passata in pullman, e’ bello arrivare alla propria casetta: lo European Hostel, situato in Minna st. Sia il nome che la strada promettono bene, frugale ma chic. Una gentile signora indiana per telefono ha promesso di trovarmi un letto per 7 notti senza problemi, anche se su internet per un paio di notti dava il tutto esaurito non dovevo preoccuparmi. E infatti non mi sono preoccupata.

 

Perche’ sono una specie di Pollyanna europea trapiantata in un paese di squali. Minna st e’ in effetti vicinissima al municipio e alla famosa biblioteca pubblica, ma questo non la esime da essere il posto piu’ puzzolente che abbia mai visto. Ci sono piu’ barboni per strada che clienti nell’ostello. Per non parlare dei barboni che vivono nell’ostello. E che si occupano di lavare e pulire le lenzuola in cui io dovro’ dormire. I clienti fumano davanti all’entrata e mostrano evidenti segni di sporcizia ed esaurimento nervoso galoppante. Mah. E’ facile comunque immaginare come un posto del genere attiri tanta gente. E’ lo stesso motivo per cui io ne sono stata attratta: non c’era nessuna alternativa. E’ tutto esaurito, ad Agosto a San Francisco.

Entro e un odore acre di curry mi assale. E’ facile intuire che l’indiana con cui ho parlato e’ in effetti la padrona di casa, una signora che prima di emigrare negli Usa ha fatto in tempo a conoscere non dico Gandhi, ma Alessandro Magno in persona durante una delle sue gitarelle. Faccio per pagare, ma mi informano che accettano solo cash. E mi informano anche del fatto che sarebbe meglio se comprassi un lucchetto per la mia cassaforte.

sulla porta di camera mia...

Perche’, non posso usare uno dei vostri lucchetti? La signora indiana si incazza a morte, e si tradisce sul parlare inglese a stento: capisce e parla benissimo quando le serve. Si’, cosi’ quando avvengono i furti dite che siamo noi ad aver rubato!!! (prego notare l’uso dell’avverbio quando in luogo di se). Pero’ my dear puoi prendere in prestito sia le lenzuola che gli asciugamani. E apre la porta del ripostiglio piu’ polveroso che abbia mai visto. Le lenzuola sono accucciate in basso, e hanno l’aria parecchio sporca. Pero’ immagino siano quelle pulite, perche’ le altre sono arrotolate sul pavimento. Ma gli asciugamani. Gli asciugamani hanno le mosche intorno. E sono tutti diversi, tutti colorati, e tutti evidentemente macchiati. La donna ne prende uno e me lo porge.

No, grazie (la voce mi trema un po’. Sono snob, lo ammetto) Ho il mio asciugamano (grazie, grazie, grazie al Cielo).

Si’ ma cosi’ ne hai due.

No davvero voglio solo le lenzuola.

La convinco a fatica. E grazie a Dio non appoggia mai per un secondo l’asciugamano sulle lenzuola. Mi dispiace, ma gia’ l’idea di usare quelle lenzuola mi fa venire le lacrime agli occhi. Voglio la mamma.

Corro al bancomat e a comprare il lucchetto, torno, pago, mi riprendo il passaporto e finalmente ho la chiave. Room #9. Prendo tutte le mie valigie (tra cui un vinile di Elliott Smith che ritenevo importante comprare a Portland) e salgo tre rampe di scale. Apro la porta numero 9. Quattro simpatiche fanciulle stanno dormendo nei loro quattro lettini. E non ce n’e’ un quinto. Chiedo scusa, ma questa e’ la stanza numero 9?

Yeah.

E nessuna di voi fa il check out in giornata, vero?

Noooooo.

Ok, my bad.

Riprendo le valigie e torno giu’. L’attacco di panico e’ galoppante: internet diceva che l’ostello era esaurito per tre delle notti in cui sarei stata a San Francisco. E la vecchia signora ha l’aria davvero stonata. Infatti, quando le rido’ la chiave non vuole credere che la #9 sia piena. Non ci crede sul serio: devo convincerla con un mucchio di parole e la minaccia di far salire a lei tre piani di scale e andare a controllare. Alla fine mi concede la chiave #7, ma con la raccomandazione che ci devo un po’ giocare. Che ci devo un po’ giocare significa che mi ci vogliono 10 minuti buoni per riuscire ad aprire la porta. E quando finalmente ci riesco, l’odore della polvere emanata dalla moquette mi assale. Pero’ il letto libero c’e’. E per terra, in mezzo acari, una donna nera sta consolando una ragazzina asiatica con gli occhi gonfi di lacrime e l’aria smarrita.