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Twinning #4: The Fallen Trees

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Che i critici in generale, e i critici musicali in particolare, siano degli idioti incompetenti è cosa nota. Ma siccome con questa rubrica mi sono in qualche modo infilata nella categoria, non ho ancora capito bene come, è giusto che argomenti questa affermazione con un esempio.
L’altra sera mi trovavo al Cremorne, un pub in London Road che mi rende nostalgica perchè sembra Giancarlo: il bar strabocca di gente, i concerti si tengono in un angolo della stanza, c’è un dehor esterno in cui tutti si rifugiano per fumare di tutto. Manca solo il fiume, cosa che ha costretto i proprietari a munirsi di bagni. A questo proposito, è giusto che io apra una parentesi per raccontare una storia di ordinario orrore inglese, a beneficio antropologico dei miei lettori. Il mio ragazzo greco entra nel bagno maschile e ne esce livido. Ora, i greci sono un popolo di pulitini: per dire, prima delle battaglie contro i persiani, Leonida&Co. erano soliti lavarsi e pettinarsi barba e capelli al fiume, per spaventare il nemico col sapone. Gli inglesi di contro hanno fatto della sporcizia uno stile e io, che in questo sono inglese nel cuore, di solito non do troppa importanza alle smorfie di orrore della mia dolce metà. In questo caso però, devo ammettere che anche un uomo di Neanderthal sarebbe rimasto scioccato. Premessa per le femmine: nei bagni dei maschi a volte non ci sono i singoli orinatoi, ma un fosso su un lato del bagno stile ruscelletto, con acqua e disinfettante che scorrono perenni a pulire la pipì collettiva. I ragazzi si mettono in fila sul bordo e la fanno dentro tutti insieme. A quanto pare, mentre per noi è d’obbligo andare in bagno a coppie di due o di quattro, per un uomo è importante pisciare in mezzo agli estranei. Piccole affascinanti differenze di genere. Comunque sia, il mio ragazzo ha assistito alla seguente scena: un gentleman inglese entra nel bagno con il suo bicchiere di birra in mano, si infila tra due signori, posa la birra sul ciglio del ruscello in mezzo agli schizzi, si unisce al gruppo. Terminata l’operazone si china, raccoglie il bicchiere come se niente fosse, e se ne va via sorseggiando.
Ecco, se vi facevano schifo quelli che pisciavano nel Po, adesso dovrete ricredervi.

The Cremorne

L’evento è un ottimo preludio alla serata. Sono qui per assistere al concertino di amici degli amici, un gruppo glam-rock vestito alla marinara la cui cantante è carina e dai capelli rossi, ma canta come un gatto in un canile. Abbandono a metà il bicchiere di vino (il vino qui fa schifo naturalmente, ma per ovvi motivi non potevo più ordinare una birra), conscia del fatto che avrò bisogno di un perfetto controllo di tutti i muscoli facciali per complimentarmi con gli amici degli amici a fine serata.
Per mantenere un filo di conduzione preciso, al cacofonissimo gruppo glam rock fa da spalla uno stonatissimo duetto hard-rock a metà tra heavy metal e punk. Sia il cantante-chitarrista che il batterista fanno a gara a chi urla di più, impegnandosi visibilmente, con il risultato di un adolescente che salta ubriaco sul divano canticchiando i Nickelback. Più che l’anima, questi due smuovono i nervi del pubblico, e parecchio. A fine concerto, raccolti tre imbarazzanti battiti di mano, la fidanzata groupie si mette a distribuire un EP rigorosamente autoprodotto. Non so per quale strano caso del destino, me ne arriva uno in mano. Non lo abbandono su un tavolino solo perchè la fidanzata groupie mi sta guardando e non voglio essere scortese. Poi guardo il cd: sulla copertina c’è una bellissima foto, quasi astratta, di rami d’albero contro il Sole, e il nome del gruppo: Fallen Trees. È un piccolo EP veramente ben fatto, e com’è come non è quando arrivo a casa lo metto su. Nulla, ma proprio nulla, del rumore che ho ascoltato al pub esce dalle mie casse. Al contrario, una voce roca e dolce mi culla nella foresta insieme ad un pianoforte e a una chitarra, melancolica ma non depressa. Non sono i Radiohead, per carità, ma non cercano nemmeno di imitarli. E se non originalissimi nel sound, hanno decisamente un’impronta personale molto accattivante. Insomma, non sono il tipo di gruppo che piscia accanto alla bottiglia di birra. Come sia possibile che al Cremorne sembrassero così imbarazzanti non riesco bene a spiegarmelo; sicuramente l’acustica era pessima e gli arrangiamenti troppo urlati, ma fondamentalmente, sono io che sono una capra (che suona meglio di idiota incompetente). Lo confesso hic et nunc.

Ed eccoli qui:
http://www.myspace.com/fallentreesband

PS: Per amore della verità, dopo i Fallen Trees ho anche riascoltato gli amici degli amici, aka Glistening Pelts. Anche loro, su Myspace, non suonano malaccio, ma stranamente la voce femminile è scomparsa…
http://www.myspace.com/glisteningpelt

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Twinning #3: Marta and the collective group

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C’è un terribile virus che si aggira per Sheffield, e con occhi stranieri è difficile capire cosa stia succedendo. È sabato sera, la città è deserta. Deserta e bianca, ha nevicato molto. Ma questo non ha mai fermato gli sheffieldiani: fanciulle in mutande e tacchi a spillo (la gonna c’è, ma si è arrotolata sui fianchi mentre bevevano), ragazzi che colorano di allegri ruscelli di piscio la strada, band che suonano in modo da farsi sentire perfettamente anche dalla strada, buttafuori che si pestano tra di loro, flirt con la scusa dell’accendino, balli improvvisati sui bordi dei marciapiedi, pompini fugaci nei vicoli, urla di ogni genere. O per lo meno questa è West Street, la strada working class, anche quando nevica. Ma questa sera, al posto di un casino che passa anche attraverso il walkman, tutto tace. I locali sono chiusi o mezzo vuoti e con le luci basse. Nessuno in giro. Niente nugoli di adolescenti vestiti a festa, niente ragazze nude, niente ubriaconi che attaccano rissa.
Faccio un giro su Division Street, parallela di West Street e suo omologo upper middle. La stessa birra la paghi 3 sterline invece di 50 pence, ma te la servono senza insetti morti dentro. C’è un motivo se gli inglesi si sono trovati così bene in India: avete presente il sistema di caste rigide? Ecco, li faceva sentire a casa. Il problema delle diseguaglianze sociali è uno dei più gravi nel Regno Unito: sono a comparto stagno (e stagnante) dalla nascita alla culla. O vai su Division Street, o vai su West Street. Non possono coesistere le due cose, se sei inglese. Su Division Street la gente sembra uscita da un catalogo di Paul Smith o di Vivienne Westwood; le band suonano un indie rock dalle sfumature elettroniche e con un occhio al folk americano de la rive gauche; tutti fumano le canne fuori dai locali ma nessuno urla, perchè sono sì ubriachi, ma gli viene la ciucca triste dell’ intellettuale.
Comunque sia, anche Division Street è buia e immobile. Perfino i lampioni non emettono che una luce fievolissima.

I Book Club

Provo l’ultima spiaggia per incontrare qualche anima viva: l’università, che ospita una taverna, un bar, un club e una vera e propria discoteca (gli studenti sono un ottimo mercato). Di solito la musica si sente da tre o quattro isolati di distanza, ed è per questo che solo le matricole vivono nella zona. Tutto tace. Sembra l’inizio di 28 giorni dopo, con Cillian Murphy che si aggira per Picadilly Circus senza un’anima viva intorno. Cammino fino all’entrata della Student Union, con addosso il brividio di essere l’unica persona viva in città… ma non è un film dell’orrore. È che non avevo pensato agli esami in arrivo. “Good luck with your exams” recita uno striscione che occupa tutta la parete principale. “Good luck with your exams” c’è scritto sulla porta dell’Harley, il miglior bar della città. Messo il glorioso acciaio alle spalle, ora tutta l’economia cittadina ruota intorno all’università. In periodo di esami, la città si spegne. Niente locali, niente distrazioni. Niente feste, niente concerti. Gli unici posti pieni di vita sono le biblioteche e le sale studio. Insomma, purtroppo, la mia ricerca di un buon gruppo inglese da proporre per questo mese è stata disastrosa. Ma ricordo volentieri i tempi d’oro per parlarvi di un concerto che ho visto al mio secondo giorno in città, durante quella che si chiama freshers’ week, la settimana delle matricole, in cui l’università stessa organizza gare di bevute, concerti, serate in discoteca, orge saffiche sotto le mentite spoglie di lezioni di burlesque per far conoscere i nuovi studenti tra di loro. Il mio primo concerto di Sheffield è stato quello del signor Joe Carnall, con il suo gruppo Joe Carnall & The Book Club. Non sono immensi ma sono l’epitome dell’inglesità, un po’ depressi ma molto energetici, very very Sheffield e tecnicamente impeccabili. Joe Carnall è una starlette locale: 3 anni fa, con i Milburn, aveva toccato il 22° posto nella UK chart e pubblicato due album con la Mercury Records, una branca indie della Universal. Poi la band si è sciolta e lui si è dedicato al Book Club. Corre voce che abbia rinunciato ad un master ad Oxford per portare avanti il nuovo gruppo. Francamente, non sono sicura che valgano un master ad Oxford (tenete presente il classismo inglese: Radiohead, Oxford. Tony Blair, Oxford. C’è un motivo); ma potrebbero valere un master a Sheffield, se giocano bene le loro carte. E ora scusate, ma torno a studiare.

Ed eccoli qui:
http://www.myspace.com/thebookclubofficial

Signorina in Sheffield #4 – Of bureaucracy and other tragedies

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I don’t know if in the UK is common, but one of the most popular Italian travelling games is “the market game”.

One person says that he went to the market and bought something. The second person buys the same thing and something more.

The third person lists the first two items and adds one and so on…

Then you grow up and you apply it to real life.

I woke up this morning after a four-hour sleep and I am running a temperature of 39.

I am running a temperature of 39 and I am leaving in two days for New York City.

I am running a temperature of 39, I am leaving in two days for New York City and my passport needs an extra stamp in order to leave.

I am running a temperature of 39, I am leaving in two days for New York City, my passport needs an extra stamp in order to leave and therefore I have to go all the way to Manchester to get it.

I thought I had it all: I had booked my flight; made sure the luggage was ok; filled the Esta Visa Waiver form on line; got rid of super dangerous material such as contact lens liquid and toothpaste; officially signed that I was never a Communist in my life (they still ask – I guess they want to hold on to all those sci-fi movies from the ‘50s) and gave them every single address I will be staying at during my trip.

I was ready to go. Then I remembered that in Italy we have an extra tax for the passport, something we have to pay every year in order to make it valid.

We have a super-valid passport this way, in your face, Britons! And of course, I had not paid it over the last year.

If I were in Italy, I would have simply gone to a tabaccheria to buy the stamp to glue to the passport.

But I am in England and I leave in two days, where can I find it?

So it’s Monday morning and instead of going to lesson I am going to the Italian consulate in Manchester while shaking in fever.

I arrive at Piccadilly station and run at 111 Piccadilly Square, the address of the consulate according to google.

It is a consulate, but a big sign and a big red and white flag recite: Polish Consulate.

I try to check out the other buildings in the square but nothing; there are at least 4 pizzerias though, which giving the situation I found quite annoying.

Eventually I ask for information at a conference hall reception.

They tell me the consulate is two blocks away, on the corner with Portland Street. I run there. It’s the Portuguese consulate.

I ask to the Portuguese receptionist and he sends me in the direction I came from, in front of the Polish Consulate.

I go back to the first address. In front of the building there is the most stereotypical English pub I have ever seen. Hardly the Italian consulate.

Determined not to cry over bureaucracy, I step into the Polish building.

Maybe I’m still on time to get a Polish passport, I think.

In a world where Sarah Palin ran for vice President, anything is possible.

I enter the door under the big “Polish Consulate” sign and I look at the list of the floors.

Actually, on the 10th floor, near a Tesco Express accountant office, here it is: il Consolato Italiano! Finalmente!

I go to the reception and ask to go upstairs.

The doorman hands me over a card on which I have to write my name.

No documents, no signature. Just my name. I could be Bin Laden complaining for a corked Barbera and no one would ever notice.

Anyway, I make my way to the 10th floor and ask for the stamp.

The employ hardly speaks any Italian: he is from Rome.

Half an hour and a long explanation later, I am free to run for the station cash machine – because they don’t accept credit card… but I can pay my tax and get my stamp!

They even homage me with a free copy of the Italian Constitution.

And so with my stamp, my Visa, my electronic passport, my credit card checking and my declaration forms I am ready for the land of freedom.

Unless someone at the customs think I have swine flu, of course…

By Marta Musso

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Music Blog #5: The Mariners’ children

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Yesterday I fell in love. They were 4 guys and 5 girls that went by the name of The Mariners’ Children.

They were opening for Peggy Sue at Bungalows and Bears during “an evening of music, art and poetry presented by Unquiet Desperation”, or at least that’s what the flyer said. In practise, it was an unique occasion to listen to at least three very good bands in a row, drink a lot of Bushmill and be surrounded by painters brushing all over giant white canvases.

When I arrived, Tim & Sam’s Tim & The Sam Band were playing. Aside from the brilliant mixture of indie guitar and electronic, kraftwerkian sounds, the name is probably one of the best I’ve ever heard of for a band. Of course they will have to change it if they want to become famous, because no journalist will ever want to write about something he can’t remember and fans will never want to go and see a concert with people whose name they cannot pronounce, but the fact remains that it’s absolutely brilliant….

Continua su: http://www.forgetoday.com/page1212/Notes-Exploring-Sheffield-Marta-Visits-Bungalows-And-Bears

Signorina in Sheffield #3 – Of political correctness

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I hate political correctness. I hate it.Whenever I hear someone using expressions like “the N word” or “African American” I would like to punch him or her (see how ridiculous this is?) in the stomach.

Usually, they are the same people who join a white men society and try to hide it by showing they don’t say “nigger”.

Political correct, of course, has much to do with the language and the culture of a specific country.

I have not been in England long enough to know many politically correct expressions, but I hate them already.

Salesperson. Firefighter. Oh come on. Fireman is easier to spell, faster to pronounce and who cares if that fireman is a woman, are you seriously thinking that women care about this placebo for the years of exclusions from these kinds of jobs? No, they don’t.

And if they do they are stupid.

Trust me, I’m a woman. You know what is offensive? The fact the Glamour, Cosmo, Elle and rubbish like that is referred to as “women’s magazines”.

The problem is that it’s true, women do buy these things. Too bad. Women are stupid. Or better: women contain in their bodies large amounts of stupidity. If it wasn’t so, they wouldn’t spend so much time chasing inferior creatures like men.

Was any man offended by this remark? Too bad. Men are stupid.

Of course by making fun of political correctness regarding the words that were shaped to protect my category I am playing it safe.

Let’s talk about disabilities then. I have none, except complete inability to do any math.

For example: “Visually challenged”. Seriously? If I were blind and someone called me “visually challenged” I would break his nose as soon as I could locate who said it. Visually challenged? Try to breathe through your broken bones and see how it feels to be breath challenged.

I hope I made my point, and I hope at least 100% of smart people throughout the world would agree with me.

But although political correctness is the one of the stupidest human inventions of all times, I must admit that sometimes, at least in politics, you might need it.

Avoiding certain expressions because you would get social reprobation might be hypocritical, but at least you don’t get away with anything you say, because people still care for certain values.

The other day my boyfriend, who is Greek and therefore a neutral party, was telling me to stop trashing my country only to make these dumb, awfully dressed, alcoholic English people feel better about themselves.

So I thought: what’s one of the stupidest things about England?

Political correctness of course, every formal piece of paper and of speech is absolutely obsessed with it.

I was already sharpening my pencil when my eyes landed on an article from my Italian newspaper.

Apparently, in a little town named Coccaglio which is near Milan, the Lega Nord mayor launched the operation “White Christmas”, after the Bing Crosby song (by the way, Lega Nord is our BNP, with the only difference that some of its members are ministers).

Watch out guys. Don’t underestimate the recklessness of politicians who would ally with dogs, pigs and even Nick Griffin to get votes.

From the middle of November ‘til the 25th of December (hence “Christmas”) police will search every single house of the village looking for immigrants.

The slightest irregularity on the residence permit, and they will be thrown out of the country. Hence “white”.

The reason for doing something so inhumane for Christmas is explained by the major Franco Claretti: “Christmas is not about charity, is about celebrating our Christian roots”.

Now, shouldn’t people like him and who voted for him be boiled alive in a gigantic “Viva Civilization” street party?

Or is it politically incorrect to say so?

By Marta Musso

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Music Blog #4: The Scrabble

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So now I don’t have a gig to talk about, for I spent the whole time moving from one shop to another to then drink at least four cocktails in a row in a bar called Smokestock.

(Ok, I know I shouldn’t use this space for advertisement and even less to advertise places in Leeds, but they were amazing. Best cocktails ever, and I have a long experience with cocktails, trust me).
Anyway, back to music and to Sheffield. I came back to find a package from Italy with some survival kit stuff and a cd. That cd, an EP called Most Unlikely Often Happens, is very, very good.
The band’s name is Scrabble and they are from Turin, my city. Although I had never listened to their music, I was familiar with the name of the band because they are friends of friends of friends and because the singer, Lorenzo De Masi, was my schoolmate in elementary and middle school. Now he calls himself Larry. Just as Carlo, Pietro and Carlo again, the other band members, are now known as Charlie, James and Lax. You just can’t help it: English is cooler when it comes to music.

Also, from the day I started to write about English music here in Sheffield, I hadn’t heard a sound so English as Scrabble….

 

Continua su:

http://www.forgetoday.com/page1173/Notes-Exploring-Sheffield-Marta-On-Italys-Newest-Musical-Export

 

Music Blog #3: The arctic monkeys

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I bought the tickets for Arctic Monkeys’ concert in Sheffield three days after I arrived in the city.

It was September the 22nd, one month and three weeks before the actual gig, and I was with an Italian friend of mine in a Spanish restaurant in Meadowhall. We were both newly settled and felt we should have done something more properly local than eating ethnic stuff in a mall; so we decided to blow our budget and buy the tickets, even though the gig was sold out already and it would have cost a lot. But after all: Arctic Monkeys from Sheffield in Sheffield, how cool was that? Coming from Italy, we both had never even heard of the city before they came on the scene. Excitement mounted up day after day: my friend was a long-term fan, I used to think they were incredibly overrated but I had really loved the new album.

By the day of the concert, tension had reached its climax. It was all about looking as much of a Sheffielder as possible for the event and trying to get to the Arena on time for being in the first row. After the disillusionment of finding out that in Sheffield too there are Starbucks, H&M and all those hideous chains that simply replicate themselves over and over making any city identical to any other on a random parallel, Arctic Monkeys playing in Sheffield looked as unique as the Parthenon.

Now, before talking about the concert, I do feel the responsibility of making a preface: on that very same day some scum stole my laptop by breaking the window of my room and helping himself while I was in the kitchen preparing lunch. They immediately arrested him but not before he could get rid of my adored pc; police told me they might call again at night in case they had news, so I spent the entire concert holding the camera in one hand and my mobile in the other, begging for a phone call.

Arctic Monkeys really helped, too. As I said before, I am a converted fan, and that made me the most enthusiastic supporter of the kids. But the concert was just….

Continua su: http://www.forgetoday.com/page1142/Notes-Exploring-Sheffield-Marta-Sees-Arctic-Monkeys-Sheffield-Arena